Shabbat Emor 17 Maggio, 2019

A ogni Shabbat viene dato un nome, e quel nome deriva da una parola o da una frase contenuta nel verso iniziale della porzione di Torà di quella settimana. Ad esempio, Shabbat Acharei Mot prende il suo nome dalla prima frase di Levitico 16 - acharei mot sh’nai benai Aharon – In seguito alla morte dei due figli di Aronne.

Se prendete il nome di questa porzione, Emor (parlare di) e la uniamo ai nomi delle due porzioni precedenti Acharei Mot (In seguito alla morte) e Kedoshim (Santità), otterrete una frase ebraica e un interessante aforismo rabbinico: acharei mot kedoshim emor. Tradotto: In seguito alla sua morte, quella persona viene considerata santa.

Potreste pensare che questo sia l’equivalente della ingiunzione Latina “Non parlerai male dei morti.” Al contrario, nella maggior parte dei casi, la frase ha un significato ironico, dato che quando un rabbino recita un’eulogia, descrivendo e attribuendo virtù al defunto, a volte queste contrastano con i pensieri dei presenti al funerale. Acharei mot kedoshim emor. O come direbbe mia madre “Forse dovrei andare a vedere chi si trova in quella bara.” La frase è più un monito a non creare un quadro revisionista del defunto.

Quando la vita giunge al suo termine, lo chevrah kaddishah (la società che per tradizione si occupa della sepoltura) ha il compito di prendersi cura reverenziale della salma del defunto. La parola chevrah kadishah significa letteralmente “società santa”, nel senso che quella società ha il compito di mettere a punto i riti nel preparare la salma alla sepoltura.

Acharei mot kedoshim emor – parlare della santità del defunto vuol dire riconoscere quella persona nel pieno della sua umanità, nel ricordo sincero di tutto ciò che c’era di bene e di male, ciò che ha fatto e che ha lasciato incompiuto, i suoi successi ed i suoi fallimenti. La frase è un monito a non insabbiare o cambiare le cose per creare il quadro di un santo. Aspettarsi o attribuire la perfezione a persone imperfette è perfettamente ridicolo in qualsiasi momento, ma soprattutto in quello della morte.

Ciò non significa che il funerale sia un momento per risolvere tutto ciò che è rimasto incompiuto all’interno di una relazione. Posso felicemente dirvi che la frase indica anche la tendenza alquanto umana nel ricordare i defunti - come recita la preghiera - “con colpe perdonate e virtù amplificate.” Acharei mot kedoshim emor fa da testimone non solo alla universale imperfezione umana ma anche alla sua capacità di ricordare e di dimenticare. Messe insieme, queste due qualità ci permettono di mettere da parte l’imperfezione e di apprezzare il prossimo per il meglio che sia riuscito a fare nel corso della vita.

Ma perché attendere la fine per fare ciò? Mi piace pensare che acharei mot kedoshim emor ci voglia ricordare di apprezzarci l’un l’altro in questo momento - di vedere il bene e il meritevole di complimenti nelle cose riuscite a metà o in quei momenti meno performanti. Avere una prospettiva di questo tipo ci può assistere nel rispetto di coloro a cui siamo legati a livello familiare.

Nella porzione di settimana scorsa avevamo letto: v’ahavtah l’reachah kamochah, “ama il tuo prossimo come te stesso.” La frase andrebbe meglio tradotta come “agisci amorevolmente verso il tuo prossimo”, e non vi è gesto più amorevole che il vedere il bene negli altri con cui condividiamo la nostra vita.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Kedoshim 10 Maggio, 2019

La porzione di questa settimana inizia con kedoshim tihiyu, tu sarai sacro, perché io, tuo Signore Iddio sono sacro. Quindi Dio è sacro e, conseguentemente, il popolo d’Israele dovrebbe, potrebbe o deve essere sacro per diritto - tutto questo dipende da come si traduce il verbo. Il medesimo discorso si può fare per ciò che concerne la terra d’Israele.

Durante il mio periodo in marina in Grecia, lavorai in una base dove il personale aveva ruoli elevati, a volte “top secret”. Conseguentemente, era necessario avere dei permessi speciali per viaggiare in determinati posti o paesi considerati “a rischio”. Negli anni ’70 Israele era uno di questi paesi.

Quando mi trovai responsabile nel monitorare queste autorizzazioni, scoprii che un prete cattolico che lavorava nella nostra base aveva organizzato e condotto diversi viaggi in Israele per molti anni, ma nessuno dei partecipanti aveva mai richiesto o ricevuto le specifiche autorizzazioni per intraprendere questo viaggio. Quando parlai con il prete di questo problema, lui mi disse: “Non abbiamo bisogno di autorizzazioni, non stiamo andando in Israele, stiamo andando in terra santa.” Gli spiegai che vi era un’entità politica chiamata Israele e dato che la persona responsabile della sicurezza era ebreo, anche lui doveva riconoscere questo fatto. 

La Bibbia ebraica chiama Israele con il nome di admat hakodesh, la terra santa (Zecehraiah 2:16) e questa terra è sacra per quattro delle religioni più grosse al mondo. Non dobbiamo inoltre dimenticare che mercoledì scorso abbiamo festeggiato il 71-esimo anniversario dalla nascita dello stato d’Israele.

Oggigiorno ci sono persone che cercano di ignorare, minimizzare o cancellare questo fatto, ma grazie a Dio, ohd yisrael chai – Israele vive ancora e, indipendentemente dai suoi problemi, è l’unico stato ebraico su questo pianeta e rimane una forte e libera democrazia.

Quando la Torà descrive la terra come sacra - come ho cercato di spiegare nel mio blog precedente - ovvero kadosh, significa che questa terra è stata riservata per un rapporto speciale. Sia la Bibbia che la tradizione ebraica lo descrivono come un rapporto fra Dio e la terra. La storia ebraica rappresenta una testimonianza di questo rapporto continuativo tra la gente e la sua terra.

Un rapporto può essere vicino o distante, positivo o negativo, intenso o indifferente, appassionato o distaccato, forte o distruttivo, ma se ci si trova in un rapporto, il collegamento è vero e costante. Così è stato per noi dall’anno 70 dell’era attuale.

Personalmente non ho mai vissuto senza la realtà di uno Stato ebraico, e cerco sempre di non dimenticare l’importanza e la benedizione di questo fatto. Durante questo Shabbat, il più vicino a Yom Ha’atzmaut –possiamo o dobbiamo prenderci un momento per ricordare con preghiere il nostro rapporto continuativo con una terra santa e lo Stato ebraico. E allo stesso tempo, ringraziare coloro che hanno lavorato per far si che lo stato d’Israele divenisse una realtà. Non dimentichiamo tutti coloro che – a loro modo- lavorano tutt’ora per sostenere il paese tramite il loro lavoro, il contributo, il servizio, il sacrificio e tramite la loro creatività.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Kedoshim 3 Maggio, 2019

La nostra porzione settimanale di Torà inizia con uno splendido ed incredibile richiamo alla rettitudine. Dio dice a Mosè di parlare con l’intera casa d’Israele e dire loro : Sarete sacri, kdoshim perché io, vostro Dio, sono sacro.

Santità – in ebraico, kedushah – è un dei concetti più complessi e spesso male interpretati. L’ebraico è penalizzato dalla traduzione. È una parola che nella sua interezza significa “a parte” , “unico” , “separato” , “elevato” , “prezioso” e “straordinario”. Insomma ha poco a che fare con il concetto di super-religiosità.

Quindi ad esempio, lo Shabbat è un giorno sacro - a differenza degli altri sei giorni della settimana - messo da parte per attività più elevate e straordinarie. “È il primo dei giorni sacri,” ci dice il libro di preghiere “un lascito dell’esodo dall’Egitto.”

La parola “matrimonio” in ebraico è kidushin . Di tutte le anime del creato, gli sposi hanno scelto una persona in particolare per avere un rapporto speciale che non avranno con nessun altro.

Kedushah non vuole significare un senso arrogante di superiorità etica o morale. L’opposto di kadosh è chol. Quindi Pesach, ad esempio, è una festa di sette giorni. Il primo ed il settimo giorno sono kadosh, mentre i giorni intermedi sono chol – in quanto chol hamoed – “ordinari”, ‘giorni lavorativi’. In Italiano, i due concetti di kodeshe chol sono definiti come “ il sacro e il profano” – profano nel senso negativo. Ma questo non è l’intento della parola ebraica chol. Se le mie azioni non sono kadosh, sono semplicemente chol.

Secondo l’ebraismo, è tramite le mitzvot che raggiungiamo la santità, che ci spostiamo da chol a kedushah, dall’ordinario all’elevato. Diciamo: Sii tu benedetto, nostro Signore Iddio, ahser kidshanu, che ci hai reso kadoshtramite le mitzvot. Il Levitico 19 inizia con un richiamo alla santità per poi elencare una serie di modi tramite cui raggiungerla. Vediamoli. Non rubare. Perseguire la giustizia e l’ugualianza. Amare il tuo prossimo come te stesso. Assistere il povero e lo straniero. E così via. Ogni mitzvà è un portale verso un nuovo modo di essere – una porta di potenza trasformativa tale che spesso non ci rendiamo conto di averla varcata e di essere diventate persone diverse.

Quindi se la santità è un modo di essere, allora kedushah andrebbe concepito come uno stato dell’essere. Qualcosa in cui mi posso trasformare da un momento all’altro durante il corso di un giorno, un anno o una vita. Moralmente, eticamente, religiosamente – ho i miei giorni migliori e i miei giorni normali. E quando sto passando uno dei miei giorni migliori sto rispecchiando, in quei momenti di mitzvà, una qualità elevata e di straordinaria santità che solo Dio può sostenere perennemente.

Secondo l’ebraismo, la cosa essenziale da sapere sulla santità è saperla riconoscere quando la si sta vivendo.

E dato che lo studio della Torà è un asher kidshanu b’mitzvotav mitzvà, aver letto questo blog, avete superato il confine della santità per un momento. Mazel tov.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Acharei Mot 26 Aprile, 2019

Con alcune eccezioni, ovunque si vada nel mondo, in qualsiasi sinagoga e durante qualsiasi Shabbat, gli ebrei di tutti questi luoghi stanno leggendo la stessa porzione di Torà nello stesso momento.

Ma questo non è il caso di questa settimana e non lo sarà per diverse settimane a venire.

Mi spiego. Secondo la Torà, la festa di Pesach dura 7 giorni. Ebrei riformati insieme a tutti gli ebrei d’Israele la osservano allo stesso modo seguendo le istruzioni date dal libro “Levitico”. Al di fuori d’Israele - dato che il calendario ebraico si basava sulle fasi lunari - i rabbini decisero di aggiungere un giorno alla celebrazione di Pesach. Di conseguenza, con l’eccezione degli ebrei d’Israele, i conservatori (Masorti) e gli ebrei ortodossi considerano Pesach una festa di otto giorni.

Quest’anno il settimo giorno di Pesach cade di venerdì. Quindi per coloro che seguono il calendario dei sette giorni, il sabato di quella settimana è uno Shabbat come un altro e quindi la porzione di Torà segue la porzione prevista dallo Shabbat che segue Pesach. Per coloro che seguono la festa di otto giorni, quel sabato risulta essere l’ultimo giorno di Pesach e quindi la lettura della Torà è una scelta apposta per questa festa. Quindi le congregazioni israeliane e riformate si troveranno una porzione avanti rispetto agli altri a livello di lettura.

Gli esiti delle ultime elezioni hanno causato un aumento dei timori di una maggior divisione fra ebrei israeliani e quelli di altre comunità, soprattutto ebrei americani ed europei. Come per il calendario, sembra che anche noi siamo fuori sincronia con gli altri in maniera importante. Vedremo cosa succederà a livello di diritti delle minoranze etniche, i problemi con il pluralismo religioso e la salvaguardia dei valori democratici fondamentali in Israele, una terra cara a tutti gli ebrei.

Ma per ciò che riguarda il calendario, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Vi ricorderete che nel mio blog precedente riguardante Tazria-Metsora, ho parlato di una doppia porzione di Torà – due porzioni da leggere durante un solo Shabbat. Quando si arriverà alla prossima situazione di doppie porzioni, quelli che si trovano avanti nel ciclo di lettura separeranno le porzioni in due sul corso di due settimane invece di leggerle insieme. Entro Shavuot, ci troveremo tutti di nuovo sulla “stessa pagina” e di nuovo in sincronia.

Speriamo che anche i rapporti tra riformati ed ortodossi possano rispecchiare questo fenomeno. Che il nostro amore reciproco porti ad una riconciliazione rispetto a ciò che potrebbe inizialmente creare tensione nei rapporti.

Shabbat shalom.

Rabbi Whiman

Shabbat Pesach 19 Aprile 2019

Non ci crederete, ma il mio primo ricordo di Pesach è di mosche. Centinaia e centinaia di mosche. Da non confondere con quelle della quarta piaga descritta nella Haggadà, ma mosche vere.

 

Mia nonna preparò il suo tradizionale pesce gefiltein puro stile Ashkenazi. Macinò la carpa e il luccio a mano per poi bollire le risultanti polpette di pesce in una grande pentola blu. Dato che sono cresciuto nel sud degli Stati Uniti, era normale che la temperatura fosse elevate durante la primavera e quindi nel periodo di Pesach. Di conseguenza le finestre della cucina rimanevano aperte, e l’odore di quel bollito di pesce attraeva ogni mosca del vicinato. Mi ricordo ancora il rumore che facevano mentre sbattevano ripetutamente contro i vetri, cercando di accedere alla casa. E questo ricordo riaffiora durante questo periodo dell’anno.

 

Ma poi tutto iniziò a cambiare. In casa venne installata l’aria condizionata e quindi le finestre rimanevano chiuse. Le mosche non vennero più a trovarci e quando mia nonna finì in una casa per anziani anche lei non venne più a farci visita durante Pesach. La caratteristica dei ricordi è che prima o poi sfuggono via, a meno che non ci si impegni consapevolmente a tenerli in vita. 

 

Alcuni anni fa decisi di provare a riproporre il pesce gefilte di mia nonna, utilizzando la sua ricetta e la sua macina. Ma David non voleva. Insistette sul comprare un barattolo commerciale Manashevitz, perché era tradizione della sua famiglia mangiare quello durante Pesach. Aveva un ricordo diverso. Tradizioni diverse nascono da ricordi diversi e, per la maggior parte, Pesach riguarda i ricordi. Cibo e rituali tradizionali. Sapori. Aprire la porta per Elia. Recitare le quattro domande. La prima volta in cui si era troppo grandi per fare le quattro domande. Persone che non sono più con noi. Questi sono i ricordi che rendono speciali questo seder.

 

Se avete scelto o state pensando di scegliere l’ebraismo, per voi Pesach vuol dire creare ricordi. Il fare tesoro delle prime esperienze del vostro cammino ebraico per poi custodirle gelosamente.

E va benissimo cosi, perché ricordare è una mitzvà di primaria importanza durante questa festa.

 

Che siate veterani o neofiti (stranamente e forse più importante) Pesach vi chiede di ricordare qualcosa che non vi è mai accaduto. Voi non siete mai stati schiavi del faraone in Egitto, ciò nonostante vi viene chiesto di ricordare questo periodo, come se voi foste stati lì di persona. La Torà ci comanda “Ricorda il giorno in cui TU lasciasti l’Egitto”. Altrove, “chayav adam lerot et atsmo c’elu hu yatsah me’mitrayeem“. Con ogni passaggio delle generazioni, dovete pensare che voi abbiate personalmente vissuto durante l’esodo. 

 

La verità è che non si può ricordare ciò che non ci è mai capitato. Ma si può vivere come se si avesse imparato le lezioni frutto di quella esperienza. E perché ci è possibile immaginare come sarebbe stato, ci possiamo ricordare il cuore di straniero perché, a nostro modo, anche noi eravamo stranieri in terra d’Egitto. Non bisogna opprimere i poveri o negare i diritti degli altri, perché possiamo immaginare cosa avevamo provato quando era stato fatto a noi. L’esodo sarà un ricordo fantasma di oppressione e schiavitù (per grazia di Dio culminate nella liberazione) ma bisogna agire e vivere come se fosse realmente accaduto a noi. Possiamo sentirci confusi da questo concetto, ma funziona. Il ricordo dell’oppressione e della liberazione ha sostenuto il nostro popolo per secoli e ha generato un amore per la libertà ed un impegno nei confronti della giustizia sociale. 

 

Quindi quest’anno a Pesach, ricordate e create dei ricordi per poi farne tesoro, in quanto doni fantastici e misteriosi quali sono. 

 

Shabbat shalom e Chag Sameach

Rabbi Whiman

Shabbat Metsora 12 Aprile, 2019

Durante i miei studi presso la scuola rabbinica una delle cose che dovevano fare gli studenti era dare un sermone. Il sermone doveva basarsi su una porzione di Torà che veniva assegnata ad inizio semestre. In seguito a questo la domanda più frequente fra noi studenti era “A chi è stata assegnata Tazria-Metsora?”

Il contenuto di questa porzione rappresenta una sfida per chi la deve commentare. Essa tratta delle leggi sull’impurità rituale e descrive come i sacerdoti identificavano e curavano la lebbra e altre malattie della pelle. Un tema certamente non facilissimo nè una buona base per poter costruire un sermone.

In realtà Tazria-Metsora è la combinzaione di due parasheot (porzioni). Immagino che qualcuno raggiunse la conclusione che fosse meglio superare questa particolare parte il prima possibile. Ma, data la vaghezza del calendario ebraico, in un anno bisestile queste porzioni devono essere trattate come due entità separate e quindi assegnate a due Shabbat consecutivi. Il 2019 è proprio un anno bisestile. Quindi il Shabbat scorso si parlava d’impurità rituale e questo Shabbat si parla di lebbra.

Bisogna però dire che Parashat Metsora non parla affatto della lebbra. La Torà non descrive ciò che i medici chiamano la malattia di Hansen. È probabile che la confusione giunga dalla traduzione dell’ebraico verso il greco e poi verso l’inglese. Sicuramente la Torà e i rabbini interpretarono questi capitoli come indicazioni su come trattare l’epidemia morale di una società. Il Talmud, e poi in seguito i santoni ebraici, videro nei riti della purificazione rituale una metafora della rigenerazione spirituale.

Non ci vuole molto per notare che l’occidente si trova in un periodo di crisi. Odio, frammentazione, atteggiamenti malvagi e vasta diseguaglianza economica. Sono emersi tratti preoccupanti a livello sociale ed individuale. Sono a repentaglio i valori promossi dalla democrazia. Ci troviamo a corto di compassione, tolleranza e onestà. Stiamo assistendo ad una seria minaccia nei confronti del nostro ambiente. Non ci trattiamo molto bene. Il giornalista David Brooks scrive che anni di un pensiero iper individualista ed egocentrico hanno causato la dissoluzione di una cultura morale condivisa, che tratteneva i nostri peggiori impulsi. Ma “intere società e culture possono scambiarsi cattivi valori per valori migliori.”

Da lungo tempo i saggi d’Israele sapevano che era possibile che la corruzione morale infettasse una società, e che era altrettanto possibile individuare i sintomi e affrontare questa infezione. I profeti d’Israele richiamarono la propria gente a quei valori che avrebbero elevato e curato il genere umano e quindi avrebbero reso possibile un vivere civilizzato. Come dichiararono Michea ed Isaia: “Vi è stato detto ciò che è buono e ciò che il Signore chiede di voi. Solo di servire la giustizia, amare e camminare umilmente con Dio”.

Shabbat shalom.

Rabbi Whiman

Shabbat Sh’mini 29 Marzo, 2019

Parashat Sh’mini apre con l’investitura di Aronne a sommo sacerdote. Aronne comanda al suo popolo di portare sacrifici , “perché in questo giorno, l’Eterno si paleserà a voi.” E Mosè comanda ad Aronne “Questo è ciò che devi fare in modo che kavod Adonai, la gloria del Signore, si possa palesare a te.” Nella lettura di questa settimana, Aronne sembra abbastanza sicuro di poter prevedere l’ora di arrivo di Dio. Mosè invece è convinto di conoscere i requisiti per far si che la divina manifestazione abbia luogo. 

 

Dopo più di quarant’anni di carriera, l’unica cosa che so con certezza è che non possiedo nessuno di questi talenti biblici. Se così fosse, sarebbe sicuramente aumentato il numero di fedeli della mia sinagoga. 

 

Per svariate volte Levitico 9 ci parla di kavod Adonai, che può essere tradotto come la presenza di Dio, la gloria di Dio o semplicemente, Dio. Nonostante non vi sia una traduzione esatta di kavod Adonai, credo di poter dire con certezza che tutti sappiamo a che cosa si riferisca. Dico questo perché credo che ognuno di noi, almeno una volta nella propria vita, abbia provato un momento di kavod Adonai.

 

Alcuni hanno deciso di ignorare questo momento, altri di esaltarlo. Altri ancora cercano di razionalizzarlo. Alcuni di noi hanno un ricordo più nitido di questo momento o semplicemente lo hanno eletto come un momento chiave della loro esistenza. Alcuni ne parlano apertamente mentre sospetto che la maggior parte lo mantenga come qualcosa di privato, personale e segreto. 

 

Nella Torà, il kavod Adonai  viene solitamente accompagnato da un grande evento biblico. Un’esplosione di fuoco dall’arca, urla, gente con la faccia a terra. Tutto ciò non è necessario. Quando il profeta Elia si mette in viaggio per il Monte Sinai, incontra Dio non sotto forma di terremoto, fuoco o tuono, ma nella forma di una piccola voce calma. La traduzione dall’ebraico può anche essere “una voce di gentile quiete”. Mi piace pensare al kavod Adonai in termini più dolci, soffici, silenziosi e calmi. Difatti i miei momenti di KAhanno decisamente seguito questa traccia.

 

 

Per coloro che sono invidiosi o che insistono, come molti hanno fatto con me, di non aver mai provato un’esperienza del genere, forse il seguente pensiero può essere loro d’aiuto. Quando una bara viene posta nel terreno, il rabbino recita le seguenti parole:  

 

Vai per la tua strada, poiché il Signore ti ha chiamato a sé

Vai per la tua strada e che Dio sia con te

Che la tua rettitudine ti possa accompagnare

V’kavod Adonai ya-asfechah

E che la gloria del Signore ti possa ricevere.

Amen.

 Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Tzav 22 Marzo, 2019

Parashat Tzav continua l’elenco dei sacrifici portati dagli Israeliti all’antico tempio. Oltre alle offerte sotto forma di olocausti e dimostrazioni di pentimento ordinate dalle sacre scritture, viene fatto riferimento allo zevach ha-todah, l’offerta di ringraziamento.

L’offerta di ringraziamento derivava dal sacrificio del benessere – il modo in cui la Torà spiega come la gratitudine sia un prerequisito o comunque un componente essenziale per un’esistenza salutare e motivata. Diversi studi scientifici danno credito a questo pensiero: pare che le persone grate abbiano sette anni in più di aspettativa di vita.

Viene in mente la classica storia di una mamma ebrea e di suo figlio, che stavano giocando in riva al mare. All’improvviso una enorme onda porta via il bambino dalla mamma. Terrorizzata, la madre urla “Dio, salva il mio bambino!” Di risposta, una seconda onda enorme porta a riva il bambino. A quel punto la madre alza gli occhi verso il cielo e dice “Aveva anche un cappello.”

Questa da luogo alla domanda: noi esseri umani siamo naturalmente portati alla gratitudine o no?

Credo che l’ebraismo abbia due opinioni in merito. Il fatto che sia mitzvà, un atto di bontà e un comandamento recitare una benedizione prima di mangiare, indica quanto sia facile ritenere qualsiasi cosa come dovuta.

 Una volta un rabbino chiese ai suoi discepoli: “Sapete la differenza tra voi e me? Voi recitate una benedizione per poter mangiare una mela. Io mangio la mela in modo da poter recitare la benedizione.” In altre parole, ogni berachà può essere vista come un invito ebraico ritualizzato oppure come un ordine di prendersi un momento per riflettere e prendere nota delle benedizioni di cui si godrà. Credo vari da persona a persona.

Noi ebrei prendiamo il nostro appellativo, come il nome della nostra religione, dal nostro antenato Giuda, Yehudah, il quarto figlio della matriarca Lea e quindi ci chiamiamo Yehudim. Il nome Giuda deriva dalla parola ebraica che significa “ringraziare.” Difatti quando Lea concepii e partorì suo figlio, dichiarò “Questa volta dirò grazie (odeh) al Signore. E gli diede il nome (Yehudah) Giuda.” La gratitudine quindi è una qualità intrinseca del nostro essere ebrei.

Mi piacerebbe pensare che l’includere un sacrificio di ringraziamento nella lista delle offerte levitiche sia stato un modo della Torà di riconoscere ed anticipare una naturale inclinazione Israelita ad esprimere gratitudine a Dio. Mi piacerebbe pensare che anche noi siamo gente con un’inclinazione verso il ringraziamento, ma so anche che la gratitudine è una qualità che va costantemente curata, apprezzata ed affermata. Come mai?  Perché le persone grate sono più felici e in salute, per non dire della società più salubre che possono collettivamente aiutare a costruire.

 Non credo che questo detto funzioni anche in italiano, ma: TGIF, Thank God It’s Friday (grazie a Dio, è venerdì)

 Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayikra 15 Marzo, 2019

La porzione di Torà di questa settimana ci porta al “Levitico”. Dal primo secolo, il terzo dei cinque libri di Mosè rappresenta una sfida per i commentatori della Bibbia.

Con la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dei romani vennero sospesi i sacrifici animali nelle pratiche ebraiche, semplicemente non vi era più un luogo dove portare le offerte descritte nella Torà. Di conseguenza, i primi sette capitoli - sefer vayikra – che descrivono i dettagli del rito sacrificale risultano essere per noi irrilevanti. Che applicazione potrebbero avere per noi?

Ai tempi, per l’antico Medio Oriente era impossibile concepire una religione priva di sacrifici animali tanto quanto è impossibile per noi concepire una fede priva di preghiere, funzioni o l’osservanza di feste importanti. Sicuramente non era qualcosa di piacevole, ma se eri religioso, il sacrificio era semplicemente qualcosa che facevi. Tra l’altro, mi è stato riferito che ci sono rabbini a Gerusalemme che stanno ancora studiando i dettagli dei riti sacrificali, nel caso domani venisse miracolosamente ricostruito il sacro tempio.

Nonostante siano cambiate le dinamiche, la nozione ed il motivo di un “sacrificio” restano con noi. Semplicemente le interpretiamo diversamente. Sacrificare significa donare qualcosa di valore in cambio di qualcosa di valore ancora più elevato. Oggi sacrifichiamo il nostro tempo, la nostra attenzione, le nostre finanze in cambio di qualcosa di più elevato.

La parola sacrificio - almeno in italiano e in inglese - viene dal latino e significa letteralmente “rendere sacro”. La parola ebraica per sacrificio è korban, dal verbo “avvicinare”’. I sacrifici erano e sono tuttora azioni intese a elevare un progetto ad un piano più alto e avvicinare il credente alla sorgente della creazione, il Dio menzionato nelle preghiere o nei rituali.

Il libro di Michea recita: Vi è stato detto ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da voi. Solo di essere giusti, amare la pietà e camminare umilmente con il vostro Dio.

Le prime due ingiunzioni sono facili da capire, ma la terza? Sicuramente la frase non va presa alla lettera. I nostri saggi paragonarono camminare con Dio alle mitzvot – compiere gesti di bontà, gentilezza e compassione- poiché queste mitzvot danno un senso di collaborazione con il divino. Ci danno un senso di benessere con la sensazione che stiamo compiendo un passo che ci porterà più vicini a Dio e verso chi e cosa dovremmo essere.

Viene in mente un passaggio dalla vecchia versione di “Gates of Prayer”: “Come sarei felice di essere libero da dubbi e perplessità, di sapere che nella profondità del mio essere mi trovo alla presenza di Dio per il resto dei miei giorni e delle mie notti.” È nelle cose che decidiamo di rendere sacre - di sacrificare - che riaffermiamo quella convinzione e raggiungiamo il nostro obbiettivo spirituale.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Pekuday 8 Marzo, 2019

La Torà è un libro come nessun altro. Non segue le convenzioni narrative della tradizione occidentale. Le storie che ci racconta e i messaggi che ci lascia sono spesso sottovalutati.

La porzione di questa settimana, Pekuday, porta a termine il libro “Esodo” e racconta della consacrazione ufficiale del tabernacolo. I numerosi lavori necessari a costruire il mishkan vengono portati a termine. La Torà poi ci dice : E quando Mosé vide che la gente aveva portato a termine i propri compiti, come aveva comandato il Signore, li benedì.

È importante notare che la conclusione di “Esodo” riflette l’inizio di “Genesi”. La scelta di parole del secondo libro della Torà riecheggiano con le parole del primo. Rispetto alla creazione “(Anche) Dio vide che tutto era stato creato… e (anche) Dio benedisse.” I critici chiamano ‘intertestualità’ questo tipo di stile nella letteratura.

Quindi “Genesi” inizia con un atto di divina creazione e “Esodo” termina con un atto di creazione umana. Il punto è che il secondo può essere considerato sacro tanto quanto il primo.

Da quando Adamo ed Eva lasciarono il giardino dell’Eden, lavorare è stata una caratteristica comune degli esseri umani. “Dal sudore della tua fronte, otterrai il pane,” recita la Torà. Ma il lavoro che facciamo in questo mondo può essere una benedizione o una maledizione. Abbiamo la possibilità di nobilitare e migliorare il mondo tramite i lavori che facciamo e le cause che sosteniamo. I nostri sforzi possono rispecchiare i livelli morali ed etici più elevati che noi ebrei chiamiamo la via di Dio.

La porzione Pekuday non ci dice quali siano state le parole esatte della benedizione di Mosé nei confronti dei figli d’Israele. Secondo la tradizione rabbinica, Mosé pregò: Che sia il volere di Dio che la divina presenza rimanga nel lavoro compiuto dalle vostre mani.

Quando il lavoro compiuto dalle nostre mani promuove pace, comprensione, uguaglianza e giustizia, quando il lavoro compiuto dalle nostre mani aiuta a mostrare interesse verso i malati, gli anziani, i poveri, e verso chi è solo, allora si può dire che, come per il lavoro compiuto per costruire il tabernacolo, i nostri sforzi saranno degni di essere considerati una benedizione.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayakheil 1 Marzo, 2019

Bambini di tutto il mondo conoscono la favola di Riccioli D’Oro e dei tre orsi– un’infelice famiglia orsina, la cui casa venne invasa da Riccioli D’Oro, che la devastò in poco tempo. Mangiò dalle tre scodelle di famiglia, si sedette nelle loro tre sedie e provò i loro tre letti. Per quanto riguarda questi ultimi, trovò che uno era troppo duro, uno troppo soffice mentre uno era felicemente perfetto.

Riccioli D’Oro fu una bambina davvero fortunata. Dato che, dopo aver sperimentato, riuscì ad allineare la sua realtà con il suo preconcetto del desiderabile, dell’atteso e del sufficiente. Alla fine tutto le andò per il meglio.

Questa storia non figura nella porzione di Torà di questa settimana. Parashat Vayakheil continua invece con il racconto della costruzione del tabernacolo. Questa porzione inizia con Mosè che chiede al suo popolo di contribuire con doni per portare avanti la costruzione del santuario– oro, argento, pietre preziose, stoffa pregiata et similia. Dio diede istruzioni a Mosè di accettare doni da chiunque lo facesse con il cuore e la gente non deluse le sue aspettative. La Torà ci racconta che gli Israeliti continuarono a portare doni giorno dopo giorno, fino a che gli artigiani andarono da Mosè e gli dissero : “La gente sta portando più del necessario rispetto al lavoro pianificato” Di conseguenza, Mosè disse al suo popolo di trattenersi dal portare altri doni, perché come recita la Torah, ham’lahchah hayetah dahyahm, i loro sforzi erano stati più che abbastanza rispetto ai lavori necessari.

E’ la parola “abbastanza” che portò al problema del santuario rispetto al materiale a disposizione. Mosè non aveva specificato quanto materiale fosse necessario in nessuno dei settori dove andavano fatti lavori, dimostrando che avere troppo può essere negativo tanto quanto avere poco. Con tutti i lavori necessari alla costruzione del santuario, ce ne volle di tempo prima che questo potesse essere considerato “perfetto”.

Avere abbastanza è essenziale ma difficile da misurare. Dato che “abbastanza” è funzione del desiderabile, dell’atteso e del sufficiente, ed è soggetto ad una varietà di interpretazioni. Quand’è che una persona ha abbastanza soldi, tempo, amore o riconoscimenti? Per ciò che riguarda queste misure, cosa posso aspettarmi da altri e cosa possono aspettarsi da me? In altre parole, cosa e quando é “abbastanza”?

Purtroppo, non esiste un metodo preciso per indicarlo correttamente, ma credo che – tenendo conto degli attributi e dei doni che desideriamo- tutti abbiamo un senso di cosa per noi vuole dire “abbastanza”. Ciò nonostante, la nostra tendenza è di mantenere segreta questa misura, sia agli altri che a noi stessi. Una strategia migliore è comunicare questa misura ed esprimere in maniera candida ed onesta i nostri bisogni alle persone che per noi dovrebbero soddisfarli. Non è giusto considerare responsabili gli altri quando essi non ci danno ciò che non abbiamo loro nemmeno chiesto, e, in misura simile, dare la colpa al prossimo se questi non ha sentito ciò che non abbiamo mai detto. Questo fa pensare alle famoso parole “Non dovrei dirtelo, lo dovresti sapere e basta”. “Dovresti saperlo e basta” è una formula che mostra delusione, ed allo stesso tempo non né giusta né realistica. Può addirittura essere considerato irresponsabile il dare la colpa agli altri di non raggiungere una misura di sufficienza che non potrebbero mai soddisfare. Nessuno può riempire un buco nero..

Come Mosè con il tabernacolo e Riccioli D’Oro con la casa dei tre orsi, raggiungiamo la sufficienza solo tramite una serie di sperimentazioni o meglio tramite una costante negoziazione.

Quindi vi auguro Shabbat Shalom ed un buon riposo sabbatico che possa essere sufficiente per rafforzare e nutrire le vostre anime.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Ki Tisa February 22, 2019

L’ebraismo in quanto fede esiste da più di 3000 anni, ed i nostri saggi lungo questo arco di tempo hanno considerato, commentato e discusso dettagli e significati della nostra fede. Abbiamo ereditato una vasta gamma di idee e di opinioni da coloro che ci hanno preceduto. Di conseguenza, è molto difficile per un rabbino trovare un’interpretazione che non sia già stata presentata.

Ciò nonostante ecco una mia interpretazione, che posso dire di non aver mai incontrato nei commenti rabbinici.

La porzione di Torà di questa settimana ci racconta la storia del vitello d’oro. Solitamente Parashat Ki Tisa viene interpretata come la storia in cui gli Israeliti abbandonano la propria fede in Dio per venerare un idolo d’oro. Questa porzione inizia così: “..e quando la gente vide che Mosè stava trascorrendo così tanto tempo sul monte andò da Aronne e gli disse: Procuraci (un) Elohim che ci accompagni, poichè non sappiamo cosa sia successo a Mosè.” La parola ebraica Elohim può significare Dio, divinità (nel senso di dei pagani o falsi) o semplicemente una persona autorevole (come quando Dio dice a Mosè, “Aronne sarà il tuo portavoce ma tu sai il suo Elohim”).

Può darsi che la gente stesse semplicemente chiedendo ad Aronne di nominare un traghettatore, data la continuata assenza di Mosè. Ma Aronne sbagliò nel comprendere la richiesta, o meglio pensò di aver capito la richiesta del suo popolo. Volevano un Elohim, un leader, e lui pensava che volessero un Elohim nel senso di una nuova divinità. Pensando di aver interpretato correttamente la loro richiesta, senza assicurarsi di avere ragione, Aronne chiese al popolo di portargli tutto l’oro in loro possesso da lì le cose andarono fuori controllo.

C’è sicuramente un significato ben più profondo di questa storia rispetto alla mia piccola interpretazione, ma quest’ultima, a margine, ci ricorda di non ritenere di sapere con certezza ciò che gli altri intendono o pensano, sia dalle loro parole che dai fatti. Questo discorso vale soprattutto nei rapporti famigliari, dove spesso ci troviamo a ritenere che SAPPIAMO, quando in realtà vi è la possibilità di esserci fatta un’idea completamente sbagliata.

I segnali che stiamo percorrendo questa strada sono gli avverbi “ovviamente” e “chiaramente”. “Ovviamente lei intendeva questo…” “Chiaramente il suo intento era…”.

Questi segnali ci devono mettere in guardia poiché, mentre riteniamo di sapere ciò che gli altri pensano o intendono, in verità potremmo esserci sbagliati. Le incomprensioni hanno la brutta tendenza di portare a grandi disastri: da un nonnulla potremmo arrivare a vedere la gente ballare intorno ad un vitello d’oro.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Tetzaveh 15 Febbraio, 2019

La parte della Torà di questa settimana descrive il vestiario raffinato indossato da Aronne e dai sacerdoti durante il lavoro svolto al tabernacolo. Credo che non sia un caso che Ia lettura della Parashat Tetzaveh coincida quest’anno con la “Settimana Moda Uomo Milano.”

I vestiti di Aronne erano qualcosa di spettacolare da vedere, dimostrazione tangibile del suo ruolo importante nel mondo religioso Israelita. Il suo pettorale - incastonato con dodici pietre preziose, una per ognuna delle dodici tribù d’Israele – era una testimonianza sartoriale che Aronne stava agendo per conto dell’intera comunità.

In quanto sommo sacerdote, Aronne indossava anche quello che la Bibbia chiama un “sacro diadema”, un ornamento d’oro su cui erano incise le parole kadosh l’adonai, sacro al signore. Sicuramente questo ornamento era per ricordare al popolo che Aronne stava ottemperando ad una sacra richiesta.

Collegato ad un cordoncino blu, il sacro diadema veniva indossato sulla fronte, centrato in mezzo agli occhi. Ma perché proprio lì?

Posizionando il diadema sulla fronte, lo avrebbe reso visibile ad altri, ma ho il sospetto che sia stato posizionato lì in modo che Aronne non lo potesse vedere.

Potere, autorità, posizione, sono necessarie ma strumenti altamente pericolosi quando utilizzati dagli esseri umani. Si trovano sempre sull’orlo dell’abuso. Il potere - che sia religioso, politico, economico, organizzativo o familiare - andrebbe sempre utilizzato con una buona dose di umiltà. Ho il sospetto che il non poter vedere il diadema sia stato un monito ad Aronne di non lasciare che tutto questo potere gli andasse alla testa.

Il potere corrompe, soprattutto quando coloro che lo possiedono non hanno altro fine che quello di mantenerlo, dimenticando e sovvertendo anche le cause sacre che in origine li ha portati a ciò.

Il potere utilizzato con arroganza è una miscela mortale, dato che gli esseri umani spesso e volentieri hanno la tendenza a sbagliare. La vita può quindi essere compresa come un costante banco di prova di come gestiamo il potere e l’autorità che abbiamo sugli altri. Se utilizzato con sensibilità e con una buona dose di umanità, anche le nostre azioni possono essere interpretate come “sacre al signore.”

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Terumah 8 - Febbraio 2019

La Torà dedica un capitolo intero alla creazione dell’universo, tre alla rivelazione sul Monte Sinai e ben tredici alla costruzione del tabernacolo, simile ad una tenda, che rappresentò un santuario che gli Israeliti costruirono e portarono con loro durante i loro 40 anni di pellegrinaggio nel deserto. Lo spazio dedicato a questa costruzione sembra un po’ sproporzionato.

I rabbini ci raccontano che il comandamento che più sorprese Mosè fu quello contenuto nella parte di questa settimana: “Costruiscimi un mishkan, un santuario che io possa visitare e condividere con voi.”

I rabbini immaginano che la reazione di Mosè fu di rispondere: “Signore dell’universo, non capisco. Se i cieli non sono in grado di contenere la tua gloria, per quale motivo potrebbe servirti uno stanzino di 10 x 30 cubiti (mishkan)?” E Dio avrebbe risposto “Caro Mosè, non è come pensi tu. Il mishkan non è per me. È per te. Tu compi il gesto e io garantirò la mia presenza e verrò tra di voi.” Ed è per questo che il tabernacolo, e per estensione il tempio e la sinagoga che gli faranno seguito, giocano un ruolo così importante nell’ebraismo.

Notate la parola “motivo” nel paragrafo precedente. Mosè e la sua gente sarebbero riusciti a trovare un grande numero di motivi per cui non era importante dedicare tempo e risorse nella costruzione di un mishkan. Proprio come noi potremmo trovare diversi motivi per non partecipare attivamente alla vita in sinagoga. Troppi impegni, un calendario pieno. Disagi. Preoccupazioni famigliari ed altri obblighi…

Le scuse sono molteplici e spesso poco valide. Sono motivi per cui non si festeggia Shabbat, non si viene ai servizi o non si presta aiuto quando la comunità lo richiede.

Paragonando il discorso del mishkan con la sinagoga, credo che Dio direbbe “Queste cose, questi ritrovi, queste feste, questi gruppi di studio ed incontri non sono per me. Sono per voi. E mettendo da parte il motivo per cui non farli, ricordatevi che non vi sto chiedendo di eguagliare la pienezza della mia dedizione e della mia attenzione per voi. Voi fate il gesto e io sarò con voi.”

La parte della Torà di questa settimana ci dice che fu necessario tutto il tempo, il talento ed i doni di tutta la comunità Israelita per far si che il mishkan divenisse una realtà. Lo stesso vale per tutte le comunità ebraiche. In quanto individui dobbiamo solo fare il gesto. E questo è più che un valido motivo per cui tutti noi dovremmo fare ciò che possiamo.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Mishpatim 1 Febbraio, 2019

Gli eschimesi hanno numerose parole per la nostra unica parola, “neve”, forse perché ne hanno così tanta. L’ebraico funziona allo stesso modo. Quando la Torà, ci indica di fare o non fare cose presenti in un elenco infinito, essa utilizza molteplici termini per la sola parola che utilizzeremmo noi, cioè “comandamento”.

La parte di questa settimana inizia così: “Queste sono le mishpatim,” queste sono le regole che a loro darai. L’ebraico distingue fra mishpatim (giudizi), edut (regole) e chukim (leggi). Le traduzioni sono inesatte, ma data la mancanza di sinonimi precisi in qualunque lingua, sembra che queste tre parole ebraiche si stiano riferendo a cose diverse.

I rabbini hanno questa spiegazione.

Mishpatim si riferisce alle leggi sociali, alle quali, anche se non fossero inserite nella Torà, la gente sarebbe arrivata da sola, semplicemente con il proprio raziocinio. (Non ruberai)

Edut, si riferisce a leggi che, se assenti nella Torà, non sarebbero forse state create dall’uomo; ma una volta stabilite, hanno il loro senso. (Riposare di Shabbat)

Chukim, invece, sono leggi che trascendono la nostra comprensione umana. (La giovenca rossa) In questo ultimo caso, sembra che i rabbini ci vogliano ricordare che spesso la ragione umana è sopravvalutata. 

L’ebraismo liberale ha senso. Nella nostra comprensione religiosa abbiamo anche racchiuso l’esercizio della ragione, insieme al riconoscimento e all’accettazione di scoperte scientifiche ed archeologiche, oltre ai nuovi approcci in filosofia, antropologia e studi biblici. Ma non si ha sempre a che fare con la ragione. Lasciamo un po’ di spazio anche al mistero.

Non abbiamo scoperto tutto. Come disse Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.”

Durante il mio recente ritorno in America, ho officiato un matrimonio a Houston. In precedenza, avevo officiato il Bat Mitzvah della sposa, ed ancora prima, quando aveva solo 11 anni, durante il funerale di suo padre. Ovviamente, il ricordo di quel giorno triste e la mancanza di suo papà erano fortemente sentiti dai partecipanti al matrimonio. Appena iniziò la cerimonia, un unico enorme bocciolo di rosa cadde in terra dalla chuppah con un gran tonfo. La sposa lo considerò un segno che, in qualche modo misterioso, suo padre fosse lì con lei in quel momento. Chi può dire altrimenti? Ci sono più cose in cielo e in terra…

Noi persone moderne, secolari, ragionevoli e razionali faremmo bene a prestare attenzione a questi momenti apparentemente casuali che spesso interpretiamo come fortuiti, ma che in realtà si trovano al confine della nostra comprensione razionale. Può darsi che ci stiano offrendo un piccolo sguardo dietro la tenda di un regno ben più glorioso di ciò che il nostro pensiero possa concepire.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Yitro 25 Gennaio, 2019

Parashat Yitro, la parte della Torà di questa settimana ricorda il dono della Torà sul Monte Sinai e la rivelazione di Dio al popolo d’Israele : “E Dio pronunciò tutte queste parole dicendo…”

La tradizione ebraica è divisa su quanti dei dieci comandamenti furono tramandati oralmente al popolo. Ad un certo punto gli Israeliti implorarono Mosè: “Parla tu con noi e ti ascolteremo, ma non far parlare Dio con noi, altrimenti moriremo.” In generale, l’insegnamento rabbinico è che gli Israeliti sentirono solo i primi due comandamenti per voce di Dio, prima che fossero presi dal terrore che li portò a chiedere che la rivelazione avesse fine 

Mosè aveva pensato e voleva che il suo popolo avesse sentito sia tutti i dieci comandamenti sia la Torà per intero. Ma non fu così. “Mosè, parla tu con noi e ti ascolteremo, ma non far parlare Dio con noi, altrimenti moriremo”

Forse Mosè aveva sopravvalutato la forza ed il carattere del suo popolo? Forse si aspettava troppo da esso? Oppure, aveva giustamente inteso il vero potenziale spirituale degli Israeliti e, in quanto loro capo, voleva vedere il realizzarsi di questo potenziale. In altre parole, che Mosè abbia riconosciuto un talento e un’abilità nel suo popolo che il suo popolo non aveva riconosciuto in se stesso? 

Se voi vedete qualcosa in me di più profondo di quanto io riesca a vedere in me stesso, chi di noi due mi capisce meglio? 

La parte della Torà di questa settimana prende il suo nome da Yitro, Jetro, suocero di Mosè. Quando Jetro entra nel campo israelita incontra Mosè seduto - dal tramonto all’alba - a risolvere dispute interne al suo popolo. Jetro gli dice: “Ciò che stai facendo non va bene. Finirai per essere travolto… queste dispute sono troppo pesanti per te. Non puoi farcela da solo.” Jetro poi si consulta con una delegazione di autorità giudiziarie. 

Jetro fu capace di vedere il male che Mosè stava facendo a se stesso ed al suo popolo, anche se Mosè non era stato capace di percepirlo. A volte ci vuole una persona esterna ai fatti per vedere ciò che sta veramente accadendo. È così che si guadagnano da vivere i consulenti d’affari e gli psicologi. È questo il valore di un vero amico e di un valido consigliere. 

Un prigioniero non può liberare se stesso. 

Secondo il Capitolo Dei Padri, Pirkei Avot, Rabbi Yehoshua ci insegna: (Quindi) trovati un maestro (consigliere) ; acquisisci un amico.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Beshalach 18 Gennaio, 2019

Aveva visto le dieci piaghe colpire il popolo egizio, aveva camminato tra le acque divise del Mar Rosso e aveva visto annegare i suoi inseguitori in una miracolosa liberazione. Ma dopo meno di tre  giorni di viaggio nel nulla, giunti in un luogo chiamato Marah e con solo acqua amara da bere, il popolo ebraico iniziò a mormorare contro Mosè. Poco dopo iniziò anche a sentire la mancanza delle case di tolleranza in Egitto e si alzò il pianto “Se solo fossimo morti per mano di Dio nella terra d’Egitto.”

Sulla sponda del Mar Rosso, il popolo ebraico intonò canti di lode a Dio, ma dopo nemmeno una settimana di viaggio, si sentì libero di esprimere rimpianti, dolori e dispiaceri. Gli Israeliti sarebbero dovuti essere il popolo più grato e fedele al mondo. Come spiegare il comportamento poco lusinghiero ed imbarazzante dei nostri antenati?

Parashat Beshalach ci racconta che “dopo tre giorni da quando avevano lasciato il Mar Rosso, gli Israeliti giunsero a Marah” -  un posto che dovette il suo nome alla locale acqua amara. Poiché la parola ebraica marah significa “amarezza”, il racconto si presta a due possibili interpretazioni :

(1)       Loro (gli Israeliti) giunsero in un luogo chiamato Marah

oppure

(2)       Loro (gli Israeliti) si riempirono di amarezza.

L’utilizzo della lingua da parte della Torà è geniale.

Gli Israeliti sopportarono 400 anni di crudele schiavitù ed oppressione. Gli Egiziani “avevano reso amare le loro vite con malta e mattoni”.  Si, erano stati liberati dalla schiavitù, ma perché Dio ci aveva messo così tanto tempo a liberarli? Perché furono costretti a soffrire così a lungo? Passata la gioia del momento della liberazione, quest’ultima venne sostituita da rabbia e risentimento per tutto ciò che avevano sopportato.

L’amarezza nasce dal dolore e cresce su di esso; se lasciato incontrollato, quel dolore e quella rabbia si trasformano in una corrosiva ulcera emotiva. Quando una persona continua a ripetersi quanto sia stata vittimizzata, maltrattata oppure offesa, questi mali finiscono per diventare parte essenziale di ciò che quella persona è. La generazione che lasciò l’Egitto non abbandonò mai la mentalità da schiavo e portò con sé il fardello e l’amarezza di quella identità nel suo peregrinare. L’ossessione nel dare la colpa a qualcuno (o a qualcosa) per la loro tristezza - piuttosto che rifiutarsi di consentire a forze esterne di bloccarli dal proprio obbiettivo - ha fatto si che gli Israeliti ora liberi non si dessero la possibilità di provare le gioie del vivere nella libertà del presente.

Nel Beshalach, Dio mostra a Mosè come addolcire l’amarezza di Marah facendogli lanciare un pezzo di legno nelle acque torbide. Oggi, i terapisti mentali moderni propongono il perdono come rimedio per coloro che soffrono di amarezza. Perdonare non è facile, ma quando una persona ‘si riempie di amarezza’, l’imparare a perdonare - con o senza amore e compassione - facilita la rimarginazione di una ferita che, anche se dovuta ad origini esterne alla persona, è stata mantenuta in vita dall’interno “E non si può ritenere sopravvalutato il fatto che quando si decide di perdonare colui che ci ha fatto un torto, non lo facciamo per lui ma per noi stessi.”

Ah, se solo i nostri antenati avessero sviluppato un nuovo modo di guardare al loro passato, focalizzandosi sul loro presente e avessero mantenuto salda la visione della loro terra promessa! Una lezione che molti dei loro discendenti farebbero bene ad imparare.

“È praticamente impossibile costruire qualcosa se prevalgono la frustrazione, l’amarezza ed un senso di impotenza.” Lech Walesa

“L’amarezza è come bere un veleno sperando che sia il tuo nemico a morire.”

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman 

Shabbat Bo - 11 gennaio 2019

All’alba dell’esodo dall’Egitto, Mosè parla con il suo popolo, non di libertà e della loro imminente liberazione dalla schiavitù ma di un tempo ben più distante nel futuro.

Nella porzione di questa settimana, la Torà ci dice per ben tre volte: «E quando i vostri figli vi chiederanno: “Che significa per voi questo rito?”, risponderete: “Questo è il sacrificio della Pasqua in onore dell’Eterno, il quale passò oltre le case dei figli d’Israele in Egitto, quando colpì gli Egiziani e salvò le nostre case” (Esodo 12:25-27). E in quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che l’Eterno fece per me quando uscii dall’Egitto” (13:8). E quando, in avvenire, tuo figlio t’interrogherà dicendo: “Che significa questo?”, gli risponderai: “L’Eterno ci trasse fuori dall’Egitto, dalla casa della schiavitù, con mano potente” (13:14)». Questi passaggi dalla Parashat Bo ci sono familiari, dato che li troviamo durante il corso del seder di Pesach.

Inoltre, ogni festa e Shabbat inizia con un kiddush,  che ci ricorda che i festeggiamenti durante quel giorno sono anche uno zechar y’tsirat mitsrayim, un ricordo dell’abbandono dell’Egitto. Di tutti gli eventi importanti nella storia ebraica, quindi, l’esodo risulta essere il più significativo.

Ma un evento risulta avere un significato nel tempo solo se viene ricordato e solo se la sua importanza viene riconosciuta. Questo potrebbe forse spiegarci perché Mosè non si preoccupa dell’esodo vero e proprio, ma del suo significato per le generazioni future. La Torà ci propone il raccontare storie come antidoto per l’amnesia.

Il New York Times recentemente ci ha raccontato della morte a 108 anni di  Georges Loinger, un salvatore di bambini ebrei durante la guerra. Loinger, cresciuto in una famiglia religiosa, condusse centinaia di bambini ebrei dalla Francia occupata al sicuro nella neutrale Svizzera. Terminata la guerra, aiutò i sopravvissuti all’Olocausto a raggiungere il Mandato britannico della Palestina. Senza alcun dubbio Georges Loinger avrà sentito la storia dell’esodo raccontata più volte al tavolo di Pesach con la sua famiglia. La storia di  Loinger è come quella di Mosè: a sua volta condusse la sua gente verso la salvezza e la libertà. Suo figlio ha raccontato che le ultime parole di suo padre sul letto di morte furono : “Personne ne pourra détruire la culture juive. Nessuno potrà mai distruggere la cultura ebraica”.

Questo rimane vero finché le storie - specialmente le storie come quella di Georges Loinger - continueranno ad essere perpetuate nel tempo, tramandate da una generazione all’altra. 

Rabbi Jonathan Sachs scrive: “Almeno nell’Occidente, non vi è stata storia più influente dell’Esodo – il ricordo di come la Potenza Sovrana nell’universo intervenne nella storia per liberare i più impotenti, ed insieme ad un popolo fece un patto per creare una società che fosse l’opposto dell’Egitto, dove gli individui fossero rispettati in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio, dove un giorno su sette qualsiasi gerarchia di potere fosse sospesa e dove la dignità e la giustizia fossero accessibili a tutti”.

Shabbat Shalom.

Rabbi Whiman

Shabbat Vaera - 4 gennaio 2019

La porzione della Torah di questa settimana è piena – per usare le parole della vecchia Haggadah della Maxwell House – di segni e miracoli, di piaghe e presagi. La Parashat Vaera narra le prime sette delle dieci piaghe inviate contro l’Egitto.

La settima fu la piaga della grandine. Ma non si trattò di un evento meteorologico ordinario. La Torà lo descrive come ghiaccio con all’interno lampi di fuoco. Cosa che, naturalmente, portò i rabbini a porsi delle domande.

Come potrebbe essere? Fuoco nel mezzo di grandine? Il fuoco non scioglierebbe il ghiaccio, o al contrario il ghiaccio sciolto non spegnerebbe il fuoco? La loro conclusione: i due elementi fecero pace per svolgere il volere del loro Creatore.

I rabbini diedero due esempi simili. Indicarono la pratica di far galleggiare un sottile strato d’acqua sull’olio utilizzato nelle lampade della casa di studio. Far passare uno stoppino attraverso i due elementi in opposizione faceva sì non solo che l’olio durasse più a lungo, ma anche che la luce della lampada fosse più luminosa.

In maniera simile notarono che, quando un melograno matura, i semi si espandono e fanno pressione verso l’esterno, proprio come la buccia del frutto si ritira e preme verso l’interno. Le due forze contrastanti, secondo il loro modo di pensare, rendevano il succo così squisitamente sano e dolce.

Scrivo questo episodio del mio blog settimanale da Essaouira, sulla costa atlantica del Marocco. Essaouira per molte centinaia di anni è stata una città fiorente ed importante. Sembra che nel 19° secolo inoltrato questa città fosse circa al cinquanta per cento ebraica. Chi lo sapeva?

C’è stata una lunga tradizione di tolleranza religiosa e rispetto reciproco in Marocco. La porta principale per entrare ad Essaouira reca i simboli delle tre fedi abramitiche scolpiti in bella vista nella costruzione in pietra: la croce, la mezzaluna e la stella a sei punte. Un ulteriore esempio di come, quando elementi apparentemente contraddittori fanno pace per svolgere il volere del loro Creatore, il risultato sia inevitabilmente illuminante, incoraggiante e decisamente dolce.

La storia degli ebrei del Marocco si estende per molte migliaia di anni – alternando periodi di prosperità con altri di persecuzione, ma in generale in un regno straordinariamente tollerante. Durante la Seconda guerra mondiale, quando il governo francese di Vichy ordinò a Mohammed V di consegnare i sudditi ebrei, il re rifiutò. Chi lo sapeva?

Viviamo in un mondo che sempre più ci obbliga a scegliere o l’uno o l’altro, costantemente con lo sforzo di imporre un’opzione, un’idea o una prospettiva su tutte le altre. Non deve essere così. Quando idee differenti, apparentemente contraddittorie trovano il modo di conciliarsi tra loro, il risultato di solito è più vantaggioso per tutte le parti coinvolte. E il risultato, direi, riflette in modo più accurato il volere del nostro comune Creatore.

I miei migliori auguri per un felice Anno Nuovo civile e Shabbat Shalom.

Rabbi Whiman

Shabbat Shemot - 28 Dicembre 2018

Nel libro “Alice nel paese delle meraviglie”, Humpty Dumpty chiede ad Alice quale sia il suo nome. Alla sua risposta replica: “Che nome stupido. Che significa?”; Alice gli chiede: “Un nome deve sempre significare qualcosa?”. “Certo,” dice Humpty Dumpty, “il mio nome indica la mia forma. Con un nome come il tuo, potresti essere di qualsiasi forma”.

La porzione di questa settimana, Shemot, significa “i nomi”. Shemot è anche il nome in ebraico del secondo libro della Torah. Ciò che noi chiamiamo “Esodo”, nella Torah è chiamato “I nomi”. La porzione e il libro dell’Esodo cominciano con le parole: eleh shemot b’nei Yisrael, questi sono i nomi dei figli d’Israele venuti in Egitto.

Gli antropologi studiano i nomi come modalità per valutare i valori che una cultura ha più a cuore. In alcune società, i nomi fanno riferimento ad aspirazioni o imprese realizzate. I nomi teutonici, per esempio, tendono ad esprimere coraggio, potere, forza e nobiltà marziali. Nonostante ci siano molti guerrieri nella Torah, la maggior parte dei nomi biblici ha un carattere più spirituale. Molti nomi in ebraico esprimono un’associazione con Dio. Michael significa “Dio è la mia forza”. Daniel “Dio è il mio giudice”. Yael “Adonai è il mio Dio”.

Nell’ebraismo ci sono molti onori e riconoscimenti. Il saggio del Talmud Rabbi Simeon insegnava: “Ci sono tre corone: la corona del sacerdozio, la corona reale e la corona dello studio, ma la quarta, la corona del buon nome, è superiore a tutte”. La corona del buon nome è la reputazione guadagnata con le buone azioni e gli atti di onestà. Non si può ereditare un buon nome, bisogna guadagnarselo. Un buon nome ci viene attribuito solo con una vita di impegno onesto, retto ed etico. Si ottiene solo con sforzi diligenti, e può essere perso o svenduto facilmente.

È nostra la facoltà di determinare la maniera in cui il nostro nome sarà pronunciato durante la nostra vita e come quel nome sarà ricordato quando non ci saremo più. Quindi, come buon proposito per l’inizio del nuovo anno civile, abbiate di vivere la vostra vita in modo tale che il vostro nome sia davvero onorato e ricordato come una benedizione.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman