Shabbat Tzav 22 Marzo, 2019

Parashat Tzav continua l’elenco dei sacrifici portati dagli Israeliti all’antico tempio. Oltre alle offerte sotto forma di olocausti e dimostrazioni di pentimento ordinate dalle sacre scritture, viene fatto riferimento allo zevach ha-todah, l’offerta di ringraziamento.

L’offerta di ringraziamento derivava dal sacrificio del benessere – il modo in cui la Torà spiega come la gratitudine sia un prerequisito o comunque un componente essenziale per un’esistenza salutare e motivata. Diversi studi scientifici danno credito a questo pensiero: pare che le persone grate abbiano sette anni in più di aspettativa di vita.

Viene in mente la classica storia di una mamma ebrea e di suo figlio, che stavano giocando in riva al mare. All’improvviso una enorme onda porta via il bambino dalla mamma. Terrorizzata, la madre urla “Dio, salva il mio bambino!” Di risposta, una seconda onda enorme porta a riva il bambino. A quel punto la madre alza gli occhi verso il cielo e dice “Aveva anche un cappello.”

Questa da luogo alla domanda: noi esseri umani siamo naturalmente portati alla gratitudine o no?

Credo che l’ebraismo abbia due opinioni in merito. Il fatto che sia mitzvà, un atto di bontà e un comandamento recitare una benedizione prima di mangiare, indica quanto sia facile ritenere qualsiasi cosa come dovuta.

 Una volta un rabbino chiese ai suoi discepoli: “Sapete la differenza tra voi e me? Voi recitate una benedizione per poter mangiare una mela. Io mangio la mela in modo da poter recitare la benedizione.” In altre parole, ogni berachà può essere vista come un invito ebraico ritualizzato oppure come un ordine di prendersi un momento per riflettere e prendere nota delle benedizioni di cui si godrà. Credo vari da persona a persona.

Noi ebrei prendiamo il nostro appellativo, come il nome della nostra religione, dal nostro antenato Giuda, Yehudah, il quarto figlio della matriarca Lea e quindi ci chiamiamo Yehudim. Il nome Giuda deriva dalla parola ebraica che significa “ringraziare.” Difatti quando Lea concepii e partorì suo figlio, dichiarò “Questa volta dirò grazie (odeh) al Signore. E gli diede il nome (Yehudah) Giuda.” La gratitudine quindi è una qualità intrinseca del nostro essere ebrei.

Mi piacerebbe pensare che l’includere un sacrificio di ringraziamento nella lista delle offerte levitiche sia stato un modo della Torà di riconoscere ed anticipare una naturale inclinazione Israelita ad esprimere gratitudine a Dio. Mi piacerebbe pensare che anche noi siamo gente con un’inclinazione verso il ringraziamento, ma so anche che la gratitudine è una qualità che va costantemente curata, apprezzata ed affermata. Come mai?  Perché le persone grate sono più felici e in salute, per non dire della società più salubre che possono collettivamente aiutare a costruire.

 Non credo che questo detto funzioni anche in italiano, ma: TGIF, Thank God It’s Friday (grazie a Dio, è venerdì)

 Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayikra 15 Marzo, 2019

La porzione di Torà di questa settimana ci porta al “Levitico”. Dal primo secolo, il terzo dei cinque libri di Mosè rappresenta una sfida per i commentatori della Bibbia.

Con la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dei romani vennero sospesi i sacrifici animali nelle pratiche ebraiche, semplicemente non vi era più un luogo dove portare le offerte descritte nella Torà. Di conseguenza, i primi sette capitoli - sefer vayikra – che descrivono i dettagli del rito sacrificale risultano essere per noi irrilevanti. Che applicazione potrebbero avere per noi?

Ai tempi, per l’antico Medio Oriente era impossibile concepire una religione priva di sacrifici animali tanto quanto è impossibile per noi concepire una fede priva di preghiere, funzioni o l’osservanza di feste importanti. Sicuramente non era qualcosa di piacevole, ma se eri religioso, il sacrificio era semplicemente qualcosa che facevi. Tra l’altro, mi è stato riferito che ci sono rabbini a Gerusalemme che stanno ancora studiando i dettagli dei riti sacrificali, nel caso domani venisse miracolosamente ricostruito il sacro tempio.

Nonostante siano cambiate le dinamiche, la nozione ed il motivo di un “sacrificio” restano con noi. Semplicemente le interpretiamo diversamente. Sacrificare significa donare qualcosa di valore in cambio di qualcosa di valore ancora più elevato. Oggi sacrifichiamo il nostro tempo, la nostra attenzione, le nostre finanze in cambio di qualcosa di più elevato.

La parola sacrificio - almeno in italiano e in inglese - viene dal latino e significa letteralmente “rendere sacro”. La parola ebraica per sacrificio è korban, dal verbo “avvicinare”’. I sacrifici erano e sono tuttora azioni intese a elevare un progetto ad un piano più alto e avvicinare il credente alla sorgente della creazione, il Dio menzionato nelle preghiere o nei rituali.

Il libro di Michea recita: Vi è stato detto ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da voi. Solo di essere giusti, amare la pietà e camminare umilmente con il vostro Dio.

Le prime due ingiunzioni sono facili da capire, ma la terza? Sicuramente la frase non va presa alla lettera. I nostri saggi paragonarono camminare con Dio alle mitzvot – compiere gesti di bontà, gentilezza e compassione- poiché queste mitzvot danno un senso di collaborazione con il divino. Ci danno un senso di benessere con la sensazione che stiamo compiendo un passo che ci porterà più vicini a Dio e verso chi e cosa dovremmo essere.

Viene in mente un passaggio dalla vecchia versione di “Gates of Prayer”: “Come sarei felice di essere libero da dubbi e perplessità, di sapere che nella profondità del mio essere mi trovo alla presenza di Dio per il resto dei miei giorni e delle mie notti.” È nelle cose che decidiamo di rendere sacre - di sacrificare - che riaffermiamo quella convinzione e raggiungiamo il nostro obbiettivo spirituale.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Pekuday 8 Marzo, 2019

La Torà è un libro come nessun altro. Non segue le convenzioni narrative della tradizione occidentale. Le storie che ci racconta e i messaggi che ci lascia sono spesso sottovalutati.

La porzione di questa settimana, Pekuday, porta a termine il libro “Esodo” e racconta della consacrazione ufficiale del tabernacolo. I numerosi lavori necessari a costruire il mishkan vengono portati a termine. La Torà poi ci dice : E quando Mosé vide che la gente aveva portato a termine i propri compiti, come aveva comandato il Signore, li benedì.

È importante notare che la conclusione di “Esodo” riflette l’inizio di “Genesi”. La scelta di parole del secondo libro della Torà riecheggiano con le parole del primo. Rispetto alla creazione “(Anche) Dio vide che tutto era stato creato… e (anche) Dio benedisse.” I critici chiamano ‘intertestualità’ questo tipo di stile nella letteratura.

Quindi “Genesi” inizia con un atto di divina creazione e “Esodo” termina con un atto di creazione umana. Il punto è che il secondo può essere considerato sacro tanto quanto il primo.

Da quando Adamo ed Eva lasciarono il giardino dell’Eden, lavorare è stata una caratteristica comune degli esseri umani. “Dal sudore della tua fronte, otterrai il pane,” recita la Torà. Ma il lavoro che facciamo in questo mondo può essere una benedizione o una maledizione. Abbiamo la possibilità di nobilitare e migliorare il mondo tramite i lavori che facciamo e le cause che sosteniamo. I nostri sforzi possono rispecchiare i livelli morali ed etici più elevati che noi ebrei chiamiamo la via di Dio.

La porzione Pekuday non ci dice quali siano state le parole esatte della benedizione di Mosé nei confronti dei figli d’Israele. Secondo la tradizione rabbinica, Mosé pregò: Che sia il volere di Dio che la divina presenza rimanga nel lavoro compiuto dalle vostre mani.

Quando il lavoro compiuto dalle nostre mani promuove pace, comprensione, uguaglianza e giustizia, quando il lavoro compiuto dalle nostre mani aiuta a mostrare interesse verso i malati, gli anziani, i poveri, e verso chi è solo, allora si può dire che, come per il lavoro compiuto per costruire il tabernacolo, i nostri sforzi saranno degni di essere considerati una benedizione.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayakheil 1 Marzo, 2019

Bambini di tutto il mondo conoscono la favola di Riccioli D’Oro e dei tre orsi– un’infelice famiglia orsina, la cui casa venne invasa da Riccioli D’Oro, che la devastò in poco tempo. Mangiò dalle tre scodelle di famiglia, si sedette nelle loro tre sedie e provò i loro tre letti. Per quanto riguarda questi ultimi, trovò che uno era troppo duro, uno troppo soffice mentre uno era felicemente perfetto.

Riccioli D’Oro fu una bambina davvero fortunata. Dato che, dopo aver sperimentato, riuscì ad allineare la sua realtà con il suo preconcetto del desiderabile, dell’atteso e del sufficiente. Alla fine tutto le andò per il meglio.

Questa storia non figura nella porzione di Torà di questa settimana. Parashat Vayakheil continua invece con il racconto della costruzione del tabernacolo. Questa porzione inizia con Mosè che chiede al suo popolo di contribuire con doni per portare avanti la costruzione del santuario– oro, argento, pietre preziose, stoffa pregiata et similia. Dio diede istruzioni a Mosè di accettare doni da chiunque lo facesse con il cuore e la gente non deluse le sue aspettative. La Torà ci racconta che gli Israeliti continuarono a portare doni giorno dopo giorno, fino a che gli artigiani andarono da Mosè e gli dissero : “La gente sta portando più del necessario rispetto al lavoro pianificato” Di conseguenza, Mosè disse al suo popolo di trattenersi dal portare altri doni, perché come recita la Torah, ham’lahchah hayetah dahyahm, i loro sforzi erano stati più che abbastanza rispetto ai lavori necessari.

E’ la parola “abbastanza” che portò al problema del santuario rispetto al materiale a disposizione. Mosè non aveva specificato quanto materiale fosse necessario in nessuno dei settori dove andavano fatti lavori, dimostrando che avere troppo può essere negativo tanto quanto avere poco. Con tutti i lavori necessari alla costruzione del santuario, ce ne volle di tempo prima che questo potesse essere considerato “perfetto”.

Avere abbastanza è essenziale ma difficile da misurare. Dato che “abbastanza” è funzione del desiderabile, dell’atteso e del sufficiente, ed è soggetto ad una varietà di interpretazioni. Quand’è che una persona ha abbastanza soldi, tempo, amore o riconoscimenti? Per ciò che riguarda queste misure, cosa posso aspettarmi da altri e cosa possono aspettarsi da me? In altre parole, cosa e quando é “abbastanza”?

Purtroppo, non esiste un metodo preciso per indicarlo correttamente, ma credo che – tenendo conto degli attributi e dei doni che desideriamo- tutti abbiamo un senso di cosa per noi vuole dire “abbastanza”. Ciò nonostante, la nostra tendenza è di mantenere segreta questa misura, sia agli altri che a noi stessi. Una strategia migliore è comunicare questa misura ed esprimere in maniera candida ed onesta i nostri bisogni alle persone che per noi dovrebbero soddisfarli. Non è giusto considerare responsabili gli altri quando essi non ci danno ciò che non abbiamo loro nemmeno chiesto, e, in misura simile, dare la colpa al prossimo se questi non ha sentito ciò che non abbiamo mai detto. Questo fa pensare alle famoso parole “Non dovrei dirtelo, lo dovresti sapere e basta”. “Dovresti saperlo e basta” è una formula che mostra delusione, ed allo stesso tempo non né giusta né realistica. Può addirittura essere considerato irresponsabile il dare la colpa agli altri di non raggiungere una misura di sufficienza che non potrebbero mai soddisfare. Nessuno può riempire un buco nero..

Come Mosè con il tabernacolo e Riccioli D’Oro con la casa dei tre orsi, raggiungiamo la sufficienza solo tramite una serie di sperimentazioni o meglio tramite una costante negoziazione.

Quindi vi auguro Shabbat Shalom ed un buon riposo sabbatico che possa essere sufficiente per rafforzare e nutrire le vostre anime.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Ki Tisa February 22, 2019

L’ebraismo in quanto fede esiste da più di 3000 anni, ed i nostri saggi lungo questo arco di tempo hanno considerato, commentato e discusso dettagli e significati della nostra fede. Abbiamo ereditato una vasta gamma di idee e di opinioni da coloro che ci hanno preceduto. Di conseguenza, è molto difficile per un rabbino trovare un’interpretazione che non sia già stata presentata.

Ciò nonostante ecco una mia interpretazione, che posso dire di non aver mai incontrato nei commenti rabbinici.

La porzione di Torà di questa settimana ci racconta la storia del vitello d’oro. Solitamente Parashat Ki Tisa viene interpretata come la storia in cui gli Israeliti abbandonano la propria fede in Dio per venerare un idolo d’oro. Questa porzione inizia così: “..e quando la gente vide che Mosè stava trascorrendo così tanto tempo sul monte andò da Aronne e gli disse: Procuraci (un) Elohim che ci accompagni, poichè non sappiamo cosa sia successo a Mosè.” La parola ebraica Elohim può significare Dio, divinità (nel senso di dei pagani o falsi) o semplicemente una persona autorevole (come quando Dio dice a Mosè, “Aronne sarà il tuo portavoce ma tu sai il suo Elohim”).

Può darsi che la gente stesse semplicemente chiedendo ad Aronne di nominare un traghettatore, data la continuata assenza di Mosè. Ma Aronne sbagliò nel comprendere la richiesta, o meglio pensò di aver capito la richiesta del suo popolo. Volevano un Elohim, un leader, e lui pensava che volessero un Elohim nel senso di una nuova divinità. Pensando di aver interpretato correttamente la loro richiesta, senza assicurarsi di avere ragione, Aronne chiese al popolo di portargli tutto l’oro in loro possesso da lì le cose andarono fuori controllo.

C’è sicuramente un significato ben più profondo di questa storia rispetto alla mia piccola interpretazione, ma quest’ultima, a margine, ci ricorda di non ritenere di sapere con certezza ciò che gli altri intendono o pensano, sia dalle loro parole che dai fatti. Questo discorso vale soprattutto nei rapporti famigliari, dove spesso ci troviamo a ritenere che SAPPIAMO, quando in realtà vi è la possibilità di esserci fatta un’idea completamente sbagliata.

I segnali che stiamo percorrendo questa strada sono gli avverbi “ovviamente” e “chiaramente”. “Ovviamente lei intendeva questo…” “Chiaramente il suo intento era…”.

Questi segnali ci devono mettere in guardia poiché, mentre riteniamo di sapere ciò che gli altri pensano o intendono, in verità potremmo esserci sbagliati. Le incomprensioni hanno la brutta tendenza di portare a grandi disastri: da un nonnulla potremmo arrivare a vedere la gente ballare intorno ad un vitello d’oro.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Tetzaveh 15 Febbraio, 2019

La parte della Torà di questa settimana descrive il vestiario raffinato indossato da Aronne e dai sacerdoti durante il lavoro svolto al tabernacolo. Credo che non sia un caso che Ia lettura della Parashat Tetzaveh coincida quest’anno con la “Settimana Moda Uomo Milano.”

I vestiti di Aronne erano qualcosa di spettacolare da vedere, dimostrazione tangibile del suo ruolo importante nel mondo religioso Israelita. Il suo pettorale - incastonato con dodici pietre preziose, una per ognuna delle dodici tribù d’Israele – era una testimonianza sartoriale che Aronne stava agendo per conto dell’intera comunità.

In quanto sommo sacerdote, Aronne indossava anche quello che la Bibbia chiama un “sacro diadema”, un ornamento d’oro su cui erano incise le parole kadosh l’adonai, sacro al signore. Sicuramente questo ornamento era per ricordare al popolo che Aronne stava ottemperando ad una sacra richiesta.

Collegato ad un cordoncino blu, il sacro diadema veniva indossato sulla fronte, centrato in mezzo agli occhi. Ma perché proprio lì?

Posizionando il diadema sulla fronte, lo avrebbe reso visibile ad altri, ma ho il sospetto che sia stato posizionato lì in modo che Aronne non lo potesse vedere.

Potere, autorità, posizione, sono necessarie ma strumenti altamente pericolosi quando utilizzati dagli esseri umani. Si trovano sempre sull’orlo dell’abuso. Il potere - che sia religioso, politico, economico, organizzativo o familiare - andrebbe sempre utilizzato con una buona dose di umiltà. Ho il sospetto che il non poter vedere il diadema sia stato un monito ad Aronne di non lasciare che tutto questo potere gli andasse alla testa.

Il potere corrompe, soprattutto quando coloro che lo possiedono non hanno altro fine che quello di mantenerlo, dimenticando e sovvertendo anche le cause sacre che in origine li ha portati a ciò.

Il potere utilizzato con arroganza è una miscela mortale, dato che gli esseri umani spesso e volentieri hanno la tendenza a sbagliare. La vita può quindi essere compresa come un costante banco di prova di come gestiamo il potere e l’autorità che abbiamo sugli altri. Se utilizzato con sensibilità e con una buona dose di umanità, anche le nostre azioni possono essere interpretate come “sacre al signore.”

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Terumah 8 - Febbraio 2019

La Torà dedica un capitolo intero alla creazione dell’universo, tre alla rivelazione sul Monte Sinai e ben tredici alla costruzione del tabernacolo, simile ad una tenda, che rappresentò un santuario che gli Israeliti costruirono e portarono con loro durante i loro 40 anni di pellegrinaggio nel deserto. Lo spazio dedicato a questa costruzione sembra un po’ sproporzionato.

I rabbini ci raccontano che il comandamento che più sorprese Mosè fu quello contenuto nella parte di questa settimana: “Costruiscimi un mishkan, un santuario che io possa visitare e condividere con voi.”

I rabbini immaginano che la reazione di Mosè fu di rispondere: “Signore dell’universo, non capisco. Se i cieli non sono in grado di contenere la tua gloria, per quale motivo potrebbe servirti uno stanzino di 10 x 30 cubiti (mishkan)?” E Dio avrebbe risposto “Caro Mosè, non è come pensi tu. Il mishkan non è per me. È per te. Tu compi il gesto e io garantirò la mia presenza e verrò tra di voi.” Ed è per questo che il tabernacolo, e per estensione il tempio e la sinagoga che gli faranno seguito, giocano un ruolo così importante nell’ebraismo.

Notate la parola “motivo” nel paragrafo precedente. Mosè e la sua gente sarebbero riusciti a trovare un grande numero di motivi per cui non era importante dedicare tempo e risorse nella costruzione di un mishkan. Proprio come noi potremmo trovare diversi motivi per non partecipare attivamente alla vita in sinagoga. Troppi impegni, un calendario pieno. Disagi. Preoccupazioni famigliari ed altri obblighi…

Le scuse sono molteplici e spesso poco valide. Sono motivi per cui non si festeggia Shabbat, non si viene ai servizi o non si presta aiuto quando la comunità lo richiede.

Paragonando il discorso del mishkan con la sinagoga, credo che Dio direbbe “Queste cose, questi ritrovi, queste feste, questi gruppi di studio ed incontri non sono per me. Sono per voi. E mettendo da parte il motivo per cui non farli, ricordatevi che non vi sto chiedendo di eguagliare la pienezza della mia dedizione e della mia attenzione per voi. Voi fate il gesto e io sarò con voi.”

La parte della Torà di questa settimana ci dice che fu necessario tutto il tempo, il talento ed i doni di tutta la comunità Israelita per far si che il mishkan divenisse una realtà. Lo stesso vale per tutte le comunità ebraiche. In quanto individui dobbiamo solo fare il gesto. E questo è più che un valido motivo per cui tutti noi dovremmo fare ciò che possiamo.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Mishpatim 1 Febbraio, 2019

Gli eschimesi hanno numerose parole per la nostra unica parola, “neve”, forse perché ne hanno così tanta. L’ebraico funziona allo stesso modo. Quando la Torà, ci indica di fare o non fare cose presenti in un elenco infinito, essa utilizza molteplici termini per la sola parola che utilizzeremmo noi, cioè “comandamento”.

La parte di questa settimana inizia così: “Queste sono le mishpatim,” queste sono le regole che a loro darai. L’ebraico distingue fra mishpatim (giudizi), edut (regole) e chukim (leggi). Le traduzioni sono inesatte, ma data la mancanza di sinonimi precisi in qualunque lingua, sembra che queste tre parole ebraiche si stiano riferendo a cose diverse.

I rabbini hanno questa spiegazione.

Mishpatim si riferisce alle leggi sociali, alle quali, anche se non fossero inserite nella Torà, la gente sarebbe arrivata da sola, semplicemente con il proprio raziocinio. (Non ruberai)

Edut, si riferisce a leggi che, se assenti nella Torà, non sarebbero forse state create dall’uomo; ma una volta stabilite, hanno il loro senso. (Riposare di Shabbat)

Chukim, invece, sono leggi che trascendono la nostra comprensione umana. (La giovenca rossa) In questo ultimo caso, sembra che i rabbini ci vogliano ricordare che spesso la ragione umana è sopravvalutata. 

L’ebraismo liberale ha senso. Nella nostra comprensione religiosa abbiamo anche racchiuso l’esercizio della ragione, insieme al riconoscimento e all’accettazione di scoperte scientifiche ed archeologiche, oltre ai nuovi approcci in filosofia, antropologia e studi biblici. Ma non si ha sempre a che fare con la ragione. Lasciamo un po’ di spazio anche al mistero.

Non abbiamo scoperto tutto. Come disse Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.”

Durante il mio recente ritorno in America, ho officiato un matrimonio a Houston. In precedenza, avevo officiato il Bat Mitzvah della sposa, ed ancora prima, quando aveva solo 11 anni, durante il funerale di suo padre. Ovviamente, il ricordo di quel giorno triste e la mancanza di suo papà erano fortemente sentiti dai partecipanti al matrimonio. Appena iniziò la cerimonia, un unico enorme bocciolo di rosa cadde in terra dalla chuppah con un gran tonfo. La sposa lo considerò un segno che, in qualche modo misterioso, suo padre fosse lì con lei in quel momento. Chi può dire altrimenti? Ci sono più cose in cielo e in terra…

Noi persone moderne, secolari, ragionevoli e razionali faremmo bene a prestare attenzione a questi momenti apparentemente casuali che spesso interpretiamo come fortuiti, ma che in realtà si trovano al confine della nostra comprensione razionale. Può darsi che ci stiano offrendo un piccolo sguardo dietro la tenda di un regno ben più glorioso di ciò che il nostro pensiero possa concepire.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Yitro 25 Gennaio, 2019

Parashat Yitro, la parte della Torà di questa settimana ricorda il dono della Torà sul Monte Sinai e la rivelazione di Dio al popolo d’Israele : “E Dio pronunciò tutte queste parole dicendo…”

La tradizione ebraica è divisa su quanti dei dieci comandamenti furono tramandati oralmente al popolo. Ad un certo punto gli Israeliti implorarono Mosè: “Parla tu con noi e ti ascolteremo, ma non far parlare Dio con noi, altrimenti moriremo.” In generale, l’insegnamento rabbinico è che gli Israeliti sentirono solo i primi due comandamenti per voce di Dio, prima che fossero presi dal terrore che li portò a chiedere che la rivelazione avesse fine 

Mosè aveva pensato e voleva che il suo popolo avesse sentito sia tutti i dieci comandamenti sia la Torà per intero. Ma non fu così. “Mosè, parla tu con noi e ti ascolteremo, ma non far parlare Dio con noi, altrimenti moriremo”

Forse Mosè aveva sopravvalutato la forza ed il carattere del suo popolo? Forse si aspettava troppo da esso? Oppure, aveva giustamente inteso il vero potenziale spirituale degli Israeliti e, in quanto loro capo, voleva vedere il realizzarsi di questo potenziale. In altre parole, che Mosè abbia riconosciuto un talento e un’abilità nel suo popolo che il suo popolo non aveva riconosciuto in se stesso? 

Se voi vedete qualcosa in me di più profondo di quanto io riesca a vedere in me stesso, chi di noi due mi capisce meglio? 

La parte della Torà di questa settimana prende il suo nome da Yitro, Jetro, suocero di Mosè. Quando Jetro entra nel campo israelita incontra Mosè seduto - dal tramonto all’alba - a risolvere dispute interne al suo popolo. Jetro gli dice: “Ciò che stai facendo non va bene. Finirai per essere travolto… queste dispute sono troppo pesanti per te. Non puoi farcela da solo.” Jetro poi si consulta con una delegazione di autorità giudiziarie. 

Jetro fu capace di vedere il male che Mosè stava facendo a se stesso ed al suo popolo, anche se Mosè non era stato capace di percepirlo. A volte ci vuole una persona esterna ai fatti per vedere ciò che sta veramente accadendo. È così che si guadagnano da vivere i consulenti d’affari e gli psicologi. È questo il valore di un vero amico e di un valido consigliere. 

Un prigioniero non può liberare se stesso. 

Secondo il Capitolo Dei Padri, Pirkei Avot, Rabbi Yehoshua ci insegna: (Quindi) trovati un maestro (consigliere) ; acquisisci un amico.

Shabbat shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Beshalach 18 Gennaio, 2019

Aveva visto le dieci piaghe colpire il popolo egizio, aveva camminato tra le acque divise del Mar Rosso e aveva visto annegare i suoi inseguitori in una miracolosa liberazione. Ma dopo meno di tre  giorni di viaggio nel nulla, giunti in un luogo chiamato Marah e con solo acqua amara da bere, il popolo ebraico iniziò a mormorare contro Mosè. Poco dopo iniziò anche a sentire la mancanza delle case di tolleranza in Egitto e si alzò il pianto “Se solo fossimo morti per mano di Dio nella terra d’Egitto.”

Sulla sponda del Mar Rosso, il popolo ebraico intonò canti di lode a Dio, ma dopo nemmeno una settimana di viaggio, si sentì libero di esprimere rimpianti, dolori e dispiaceri. Gli Israeliti sarebbero dovuti essere il popolo più grato e fedele al mondo. Come spiegare il comportamento poco lusinghiero ed imbarazzante dei nostri antenati?

Parashat Beshalach ci racconta che “dopo tre giorni da quando avevano lasciato il Mar Rosso, gli Israeliti giunsero a Marah” -  un posto che dovette il suo nome alla locale acqua amara. Poiché la parola ebraica marah significa “amarezza”, il racconto si presta a due possibili interpretazioni :

(1)       Loro (gli Israeliti) giunsero in un luogo chiamato Marah

oppure

(2)       Loro (gli Israeliti) si riempirono di amarezza.

L’utilizzo della lingua da parte della Torà è geniale.

Gli Israeliti sopportarono 400 anni di crudele schiavitù ed oppressione. Gli Egiziani “avevano reso amare le loro vite con malta e mattoni”.  Si, erano stati liberati dalla schiavitù, ma perché Dio ci aveva messo così tanto tempo a liberarli? Perché furono costretti a soffrire così a lungo? Passata la gioia del momento della liberazione, quest’ultima venne sostituita da rabbia e risentimento per tutto ciò che avevano sopportato.

L’amarezza nasce dal dolore e cresce su di esso; se lasciato incontrollato, quel dolore e quella rabbia si trasformano in una corrosiva ulcera emotiva. Quando una persona continua a ripetersi quanto sia stata vittimizzata, maltrattata oppure offesa, questi mali finiscono per diventare parte essenziale di ciò che quella persona è. La generazione che lasciò l’Egitto non abbandonò mai la mentalità da schiavo e portò con sé il fardello e l’amarezza di quella identità nel suo peregrinare. L’ossessione nel dare la colpa a qualcuno (o a qualcosa) per la loro tristezza - piuttosto che rifiutarsi di consentire a forze esterne di bloccarli dal proprio obbiettivo - ha fatto si che gli Israeliti ora liberi non si dessero la possibilità di provare le gioie del vivere nella libertà del presente.

Nel Beshalach, Dio mostra a Mosè come addolcire l’amarezza di Marah facendogli lanciare un pezzo di legno nelle acque torbide. Oggi, i terapisti mentali moderni propongono il perdono come rimedio per coloro che soffrono di amarezza. Perdonare non è facile, ma quando una persona ‘si riempie di amarezza’, l’imparare a perdonare - con o senza amore e compassione - facilita la rimarginazione di una ferita che, anche se dovuta ad origini esterne alla persona, è stata mantenuta in vita dall’interno “E non si può ritenere sopravvalutato il fatto che quando si decide di perdonare colui che ci ha fatto un torto, non lo facciamo per lui ma per noi stessi.”

Ah, se solo i nostri antenati avessero sviluppato un nuovo modo di guardare al loro passato, focalizzandosi sul loro presente e avessero mantenuto salda la visione della loro terra promessa! Una lezione che molti dei loro discendenti farebbero bene ad imparare.

“È praticamente impossibile costruire qualcosa se prevalgono la frustrazione, l’amarezza ed un senso di impotenza.” Lech Walesa

“L’amarezza è come bere un veleno sperando che sia il tuo nemico a morire.”

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman 

Shabbat Bo - 11 gennaio 2019

All’alba dell’esodo dall’Egitto, Mosè parla con il suo popolo, non di libertà e della loro imminente liberazione dalla schiavitù ma di un tempo ben più distante nel futuro.

Nella porzione di questa settimana, la Torà ci dice per ben tre volte: «E quando i vostri figli vi chiederanno: “Che significa per voi questo rito?”, risponderete: “Questo è il sacrificio della Pasqua in onore dell’Eterno, il quale passò oltre le case dei figli d’Israele in Egitto, quando colpì gli Egiziani e salvò le nostre case” (Esodo 12:25-27). E in quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che l’Eterno fece per me quando uscii dall’Egitto” (13:8). E quando, in avvenire, tuo figlio t’interrogherà dicendo: “Che significa questo?”, gli risponderai: “L’Eterno ci trasse fuori dall’Egitto, dalla casa della schiavitù, con mano potente” (13:14)». Questi passaggi dalla Parashat Bo ci sono familiari, dato che li troviamo durante il corso del seder di Pesach.

Inoltre, ogni festa e Shabbat inizia con un kiddush,  che ci ricorda che i festeggiamenti durante quel giorno sono anche uno zechar y’tsirat mitsrayim, un ricordo dell’abbandono dell’Egitto. Di tutti gli eventi importanti nella storia ebraica, quindi, l’esodo risulta essere il più significativo.

Ma un evento risulta avere un significato nel tempo solo se viene ricordato e solo se la sua importanza viene riconosciuta. Questo potrebbe forse spiegarci perché Mosè non si preoccupa dell’esodo vero e proprio, ma del suo significato per le generazioni future. La Torà ci propone il raccontare storie come antidoto per l’amnesia.

Il New York Times recentemente ci ha raccontato della morte a 108 anni di  Georges Loinger, un salvatore di bambini ebrei durante la guerra. Loinger, cresciuto in una famiglia religiosa, condusse centinaia di bambini ebrei dalla Francia occupata al sicuro nella neutrale Svizzera. Terminata la guerra, aiutò i sopravvissuti all’Olocausto a raggiungere il Mandato britannico della Palestina. Senza alcun dubbio Georges Loinger avrà sentito la storia dell’esodo raccontata più volte al tavolo di Pesach con la sua famiglia. La storia di  Loinger è come quella di Mosè: a sua volta condusse la sua gente verso la salvezza e la libertà. Suo figlio ha raccontato che le ultime parole di suo padre sul letto di morte furono : “Personne ne pourra détruire la culture juive. Nessuno potrà mai distruggere la cultura ebraica”.

Questo rimane vero finché le storie - specialmente le storie come quella di Georges Loinger - continueranno ad essere perpetuate nel tempo, tramandate da una generazione all’altra. 

Rabbi Jonathan Sachs scrive: “Almeno nell’Occidente, non vi è stata storia più influente dell’Esodo – il ricordo di come la Potenza Sovrana nell’universo intervenne nella storia per liberare i più impotenti, ed insieme ad un popolo fece un patto per creare una società che fosse l’opposto dell’Egitto, dove gli individui fossero rispettati in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio, dove un giorno su sette qualsiasi gerarchia di potere fosse sospesa e dove la dignità e la giustizia fossero accessibili a tutti”.

Shabbat Shalom.

Rabbi Whiman

Shabbat Vaera - 4 gennaio 2019

La porzione della Torah di questa settimana è piena – per usare le parole della vecchia Haggadah della Maxwell House – di segni e miracoli, di piaghe e presagi. La Parashat Vaera narra le prime sette delle dieci piaghe inviate contro l’Egitto.

La settima fu la piaga della grandine. Ma non si trattò di un evento meteorologico ordinario. La Torà lo descrive come ghiaccio con all’interno lampi di fuoco. Cosa che, naturalmente, portò i rabbini a porsi delle domande.

Come potrebbe essere? Fuoco nel mezzo di grandine? Il fuoco non scioglierebbe il ghiaccio, o al contrario il ghiaccio sciolto non spegnerebbe il fuoco? La loro conclusione: i due elementi fecero pace per svolgere il volere del loro Creatore.

I rabbini diedero due esempi simili. Indicarono la pratica di far galleggiare un sottile strato d’acqua sull’olio utilizzato nelle lampade della casa di studio. Far passare uno stoppino attraverso i due elementi in opposizione faceva sì non solo che l’olio durasse più a lungo, ma anche che la luce della lampada fosse più luminosa.

In maniera simile notarono che, quando un melograno matura, i semi si espandono e fanno pressione verso l’esterno, proprio come la buccia del frutto si ritira e preme verso l’interno. Le due forze contrastanti, secondo il loro modo di pensare, rendevano il succo così squisitamente sano e dolce.

Scrivo questo episodio del mio blog settimanale da Essaouira, sulla costa atlantica del Marocco. Essaouira per molte centinaia di anni è stata una città fiorente ed importante. Sembra che nel 19° secolo inoltrato questa città fosse circa al cinquanta per cento ebraica. Chi lo sapeva?

C’è stata una lunga tradizione di tolleranza religiosa e rispetto reciproco in Marocco. La porta principale per entrare ad Essaouira reca i simboli delle tre fedi abramitiche scolpiti in bella vista nella costruzione in pietra: la croce, la mezzaluna e la stella a sei punte. Un ulteriore esempio di come, quando elementi apparentemente contraddittori fanno pace per svolgere il volere del loro Creatore, il risultato sia inevitabilmente illuminante, incoraggiante e decisamente dolce.

La storia degli ebrei del Marocco si estende per molte migliaia di anni – alternando periodi di prosperità con altri di persecuzione, ma in generale in un regno straordinariamente tollerante. Durante la Seconda guerra mondiale, quando il governo francese di Vichy ordinò a Mohammed V di consegnare i sudditi ebrei, il re rifiutò. Chi lo sapeva?

Viviamo in un mondo che sempre più ci obbliga a scegliere o l’uno o l’altro, costantemente con lo sforzo di imporre un’opzione, un’idea o una prospettiva su tutte le altre. Non deve essere così. Quando idee differenti, apparentemente contraddittorie trovano il modo di conciliarsi tra loro, il risultato di solito è più vantaggioso per tutte le parti coinvolte. E il risultato, direi, riflette in modo più accurato il volere del nostro comune Creatore.

I miei migliori auguri per un felice Anno Nuovo civile e Shabbat Shalom.

Rabbi Whiman

Shabbat Shemot - 28 Dicembre 2018

Nel libro “Alice nel paese delle meraviglie”, Humpty Dumpty chiede ad Alice quale sia il suo nome. Alla sua risposta replica: “Che nome stupido. Che significa?”; Alice gli chiede: “Un nome deve sempre significare qualcosa?”. “Certo,” dice Humpty Dumpty, “il mio nome indica la mia forma. Con un nome come il tuo, potresti essere di qualsiasi forma”.

La porzione di questa settimana, Shemot, significa “i nomi”. Shemot è anche il nome in ebraico del secondo libro della Torah. Ciò che noi chiamiamo “Esodo”, nella Torah è chiamato “I nomi”. La porzione e il libro dell’Esodo cominciano con le parole: eleh shemot b’nei Yisrael, questi sono i nomi dei figli d’Israele venuti in Egitto.

Gli antropologi studiano i nomi come modalità per valutare i valori che una cultura ha più a cuore. In alcune società, i nomi fanno riferimento ad aspirazioni o imprese realizzate. I nomi teutonici, per esempio, tendono ad esprimere coraggio, potere, forza e nobiltà marziali. Nonostante ci siano molti guerrieri nella Torah, la maggior parte dei nomi biblici ha un carattere più spirituale. Molti nomi in ebraico esprimono un’associazione con Dio. Michael significa “Dio è la mia forza”. Daniel “Dio è il mio giudice”. Yael “Adonai è il mio Dio”.

Nell’ebraismo ci sono molti onori e riconoscimenti. Il saggio del Talmud Rabbi Simeon insegnava: “Ci sono tre corone: la corona del sacerdozio, la corona reale e la corona dello studio, ma la quarta, la corona del buon nome, è superiore a tutte”. La corona del buon nome è la reputazione guadagnata con le buone azioni e gli atti di onestà. Non si può ereditare un buon nome, bisogna guadagnarselo. Un buon nome ci viene attribuito solo con una vita di impegno onesto, retto ed etico. Si ottiene solo con sforzi diligenti, e può essere perso o svenduto facilmente.

È nostra la facoltà di determinare la maniera in cui il nostro nome sarà pronunciato durante la nostra vita e come quel nome sarà ricordato quando non ci saremo più. Quindi, come buon proposito per l’inizio del nuovo anno civile, abbiate di vivere la vostra vita in modo tale che il vostro nome sia davvero onorato e ricordato come una benedizione.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayechi - 21 Dicembre, 2018

A partire da Ottobre di quest’anno, ogni settimana ho scritto e pubblicato un mio commento sulla parshat ha-shavuah, il passo settimanale della Torà che viene letto durante la funzione mattutina di Shabbat. Non appena finisco di scrivere il blog e lo invio, devo iniziare a pensare a quello della settimana successiva.

Il New York Times ha recentemente pubblicato un articolo riguardante la settimana della moda a Milano. Il titolo era qualcosa del tipo: “Disegna. Pianifica. Produci. Esegui.” Wow. E poi fai di nuovo tutto da capo! Sicuramente non appena la linea stagionale di abiti è nei negozi, le case di moda sono già al lavoro per preparare la linea per l’anno seguente.

Questa è la caratteristica di ripetitività di tanta parte dell’attività umana.

La mitologia ci racconta di Sisifo, il re di Corinto, che venne condannato dagli dei a spingere un enorme masso su per una collina, solo per vederlo rotolare giù di nuovo ed essere costretto a ripetere lo sforzo all’infinito. Da qui il termine “sisifeo” ad indicare un compito o un lavoro infinitamente ripetitivo e inutile.

In questo Shabbat Vayechi giungiamo alla fine del Libro Della Genesi e settimana prossima inizieremo Il Libro Dell’Esodo – una sequenza che abbiamo ogni anno durante questo periodo, con il nostro seguire ancora una volta il ciclo della Torà. Tanti nostri gesti e atti sono ripetitivi, ma posso essere considerati sisifei?

La Mishnà recita e ripete quotidianamente nelle funzioni mattutine: “Questi sono doveri di valore inestimabile, la cui ricompensa è altresì inestimabile, atti che non possono mai essere tralasciati con la frase “Ho fatto abbastanza”. Controllate l’elenco dei doveri e vedrete che sono atti di rettitudine morale, di compassione e di amore, che, anche se vengono costantemente ripetuti, non cadono mai nella categoria “dell’aver fatto abbastanza”. Includono onorare il padre e la madre, compiere atti di amore e gentilezza, frequentare la casa dello studio, consolare chi è in lutto, e fare pace quando c’è un conflitto. Con tutto il rispetto a queste mitzvot, anche qui ci troviamo davanti ad un caso di “Disegna. Pianifica. Produci. Esegui. E poi ripeti”.

Questi atti fanno la differenza? La risposta è sì, secondo la fede ebraica. Riparano il mondo.

Quando giungiamo al termine della lettura di qualsiasi volume del pentateuco, diciamo: chazak, chazak v’nitchazek – sii forte, sii forte, e ci rafforzeremo.

In modo da avere la koach, la forza di agire con bontà, per poi ripeterci nuovamente.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayigash

In Vayigash, il passo della Torà di questa settimana, la storia di Giuseppe giunge al suo apice drammatico. In Egitto, Giuseppe era arrivato ad ottenere importanza e potere, e quando i suoi fratelli vennero da lui per comprare del grano non lo riconobbero. Giuseppe si prese gioco di loro, li accusò di essere spie e prese in ostaggio Beniamino, il più giovane dei fratelli. Più avanti si legge che suo fratello Giuda gli si avvicinò e si offrì di diventare suo schiavo in cambio della libertà di Beniamino. La parola ebraica vayigash significa “e si avvicinò”.

Una dei commenti rabbinici in merito dice che mentre Giuda si avvicinava aveva già un piano ed una strategia in mente. In primis, avrebbe lusingato Giuseppe, per poi cercare di ragionare con lui. Se questo piano fosse fallito, avrebbe discusso con lui, per poi passare alla forza bruta, se necessario, per aiutare Beniamino. La sua ultima risorsa nonché arma finale, se tutto il resto fosse fallito, sarebbe stata di pregare.

Nonostante gli insegnamenti dei nostri antenati rabbini, oggi giorno non vedremmo la preghiera come arma e nemmeno come mezzo più efficace per raggiungere un determinato scopo. Io credo che molti, se non tutti, vedano la preghiera come l’ordinare qualcosa da Amazon, una richiesta teologica per beni, servizi e benedizioni, con un tempo di consegna meno prevedibile. La preghiera ebraica infatti fa parte di un discorso religioso di supplicazione. Ma c’è di più.

Vi è un passaggio in “Gates of Prayer”, il precedente libro di preghiere del movimento Reform Americano, che recita : “La preghiera non porterà acqua ad un campo secco, non riparerà un ponte infranto, nè ricostruirà una città devastata; ma la preghiera può dare acqua ad un’anima arida, riparare un cuore infranto e rincuorare una debole volontà d’animo.”  Vi è una grande verità in questa formula, ed in questo senso credo che la preghiera abbia un suo potere.

E c’è un ulteriore spunto di riflessione. Ho letto che Beethoven scriveva musica che non poteva essere adeguatamente eseguita con gli strumenti della sua epoca. La musica di Beethoven era una forma di preghiera. Diceva “Dammi strumenti domani su cui possa suonare la musica di oggi.”

C'è una parte delle Alpi terribilmente ripida, chiamata Semmering. Nel 1848 su queste montagne venne iniziata la messa in opera di binari per il collegamento ferroviario tra Vienna e Venezia. Anche in questo caso i binari vennero installati ben prima che ci fossero locomotive abbastanza potenti per usarli. Il tratto del Semmering è a suo modo un tipo di preghiera. Diceva “Costruiscimi un treno domani che possa passare su queste rotaie che ho costruito oggi.” 

Secondo la tradizione Reform, la preghiera è un modo di mandare un messaggio al mondo, quello che potremmo definire “ciò in cui speriamo ma ancora non c’è”, questo includerebbe la giustizia, l’uguaglianza, la serenità, la libertà, l’autorealizzazione e la pace. Secondo l’ebraismo, è un modo di dare una raffigurazione di ciò in cui anche Dio spera per noi e per il mondo, ma che ancora non c’è. Concepita in questa maniera, la preghiera ci serve da potente ricordo di agire in modo tale per cui avvenga ciò in cui speriamo ma che ancora non c’è.

Credo che questo pensiero fosse dietro ad un altro passaggio del “Gates of Prayer”: Prega come se tutto dipendesse da Dio. Agisci come se tutto dipendesse da te. 

Shabbat shalom.

Shabbat Hanukah

Nell’antico Israele, i casati di Hillel e di Shammai dominavano il pensiero ebraico. Le due scuole erano in disaccordo praticamente su tutto quanto riguardava il praticare l’ebraismo. La Mishnà documenta i loro dibattiti e le loro divergenze. Anche la gioiosa festa di Chanukkà era soggetta a discussioni.

Hillel e Shammai erano entrambi d’accordo che Chanukkà doveva essere una festa di otto giorni e bisognava ricordare il miracoloso olio dei Maccabei tramite l’accensione di candele. Lì finiva il loro punto d’incontro.

La scuola di Shammai ordinò l’accensione di otto candele la prima notte di Chanukkà, numero da ridursi progressivamente ogni notte successiva – sette candele il secondo giorno, sei candele il terzo giorno e così via. La scuola di Hillel la pensava in maniera opposta, ordinando una candela a notte, due la seconda notte, ecc. “Perché…” diceva Hillel, “I momenti sacri non dovrebbero mai andare a diminuire ma a crescere.” Alla fine la spuntò Hillel, e questo è ciò che facciamo anche noi oggi.

La verità è che entrambi gli approcci hanno senso.

L’idea di Shammai di ridurre progressivamente il numero di candele potrebbe aver trovato origine nella costante riduzione della quantità di olio all’interno del contenitore originario. Quindi la menorah di Shammai inizia con un bagliore di luci per poi pian piano dissolversi.

L’idea di Hillel invece è un progressivo aumentare del numero di luci, che potrebbe trovare le proprie origini nella meraviglia provata dai Maccabei quando si resero conto che stavano assistendo ad un miracolo.La menorah di Hillel inizia con un unico punto di luce per poi progressivamente diventare una fonte d’illuminazione.

Il Talmud ci racconta di un altro grande dibattito fra i due casati. In questo caso l’oggetto del contendere era la domanda : “Tenendo conto di tutti i problemi della vita, e della la propensione dell’umanità ad agire in maniera negativa, sarebbe stato meglio se quest’ultima non fosse mai stata creata?” Shammai disse sì. Hillel disse no.

In questo caso Shammai sosteneva che gli esseri umani erano creature peccaminose, bombe ad orologeria. Hillel invece diceva che ogni momento della vita era un’opportunità per fare del bene, di compiere una mitzvà, di vivere secondo il sogno di Dio per l’umanità. Il Talmud ci dice che il loro dibattito durò per due anni e mezzo, finché finalmente si decise di andare al voto.

Questi due punti di vista hanno in realtà diverse cose in comune, più di quanto potreste pensare. Vi è un fondamentale disaccordo sulla natura umana. Siamo creature inevitabilmente malvagie e violente o siamo potenzialmente capaci di buoni gesti? E, conseguentemente, il futuro sarà sempre più cupo o si starà schiarendo?

La decisione di seguire la via di Hillel per quanto riguarda l’accensione della menorah, ovvero aumentare progressivamente il numero di candele ogni notte, rappresenta la fiducia in un futuro che sarà sempre più luminoso grazie alle nostre buone azioni e ad atti di amore.

E chi vinse la famosa disputa fra i due casati per quanto riguardava il destino dell’umanità? Sorprendentemente vinse Shammai. Il voto dei rabbini indicò che sarebbe stato meglio se l’umanità NON fosse mai stata creata; ma, detto questo, il Talmud aggiunge : siamo in ballo, quindi balliamo.

Io e voi facciamo parte di questo mondo, e il nostro livello spirituale aumenta e non diminuisce. Quindi il pensiero ebraico per questa stagione è: anche se la situazione appare buia, dobbiamo fare del nostro meglio oggi e fare un po’ di più domani. E passo-passo, il mondo, il vostro mondo, sarà sicuramente più luminoso.

Shabbat shalom e Felice Chanukkà. cosi calorose ed ospitali.

Rabbi Whiman

Shabbat Vayeshev

New Bern è una piccola città sulla costa del Nord Carolina che si trova tra due fiumi. È vecchia secondo gli standard americani ma nuovissima secondo quelli milanesi. Anche sembra difficile crederlo, c’è una connessione tra questa città statunitense e il capoluogo lombardo.

Le due città condividono lo stesso rabbino. Io conduco le funzioni durante le festività a New Bern e questo mio breve articolo viene mandato sia nella newsletter di Beth Shalom che su quella della congregazione B’nai Sholem.

Diverse settimane fa ho ricevuto una lettera da un membro della mia congregazione del Nord Carolina: suo nipote Noah sarebbe stato a Milano per motivi di studio durante l’ultimo semestre e mi ha chiesto se potessi mettermi in contatto con lui. Noah ha partecipato a una funzione di Shabbat di Beth Shalom a novembre e io e David l’abbiamo invitato a unirsi a noi per la cena del giorno del ringraziamento la settimana seguente. Ecco un’altra connessione.

Durante la cena è consuetudine che a tavola ogni persona esprima la propria gratitudine per qualcosa. Noah ha detto di essere grato di poter fare parte della nostra cena: in questo modo non ha sentito nostalgia di casa e gli è sembrato di non essere così tanto lontano.

La storia di questo Noah, in contrapposizione a quella del suo omonimo biblico Noè, è fatta di legami, ospitalità e famiglia. Si dice che ci sono sei gradi di separazione da superare per stabilire una connessione tra due persone di qualsiasi parte del mondo, ma per gli ebrei molto spesso questi sei gradi si riducono soltanto a due.

Durante uno Shabbat di qualche settimana fa, io e David abbiamo partecipato a una funzione al tempio di Via Guastalla. Fuori dall’edificio il responsabile della sicurezza ha mandato via sgarbatamente una visitatrice che avrebbe voluto entrare. Parlando con questa signora abbiamo scoperto che non solo era un’ebrea di Città del Messico, ma che era anche una carissima amica di un ex socio di David. Sì, in molti casi, bastano solo due connessioni.

La porzione della Torà di questa settimana inizia con le parole: ayleh toldot Ya’akov, questa è la storia della famiglia di Giacobbe. Noi ebrei ci descriviamo collettivamente come bnei Yisrael, i figli d’Israele. Siamo tutti discendenti spirituali di Giacobbe e questo fa di noi una grande famiglia: forse siamo solo parenti alla lontana, ma siamo comunque parenti.

Una delle qualità che contraddistingue Beth Shalom è il caloroso benvenuto che viene dato ai “fratelli” che ci raggiungono da ogni parte del mondo e partecipano alle attività della congregazione.

Yaron è venuto a Milano dopo aver partecipato a un congresso della Rockefeller Foundation sul lago di Como. Stava solo cercando un posto per recitare il kaddish per le vittime di Pittsburgh e invece ha trovato una congregazione con un grande cuore. Il suo commento in merito è stato “Beth Shalom è la congregazione più calorosa e ospitale di cui abbia mai fatto parte.”

Secondo la nostra tradizione, l’hachnasat orchim, ovvero ospitare uno sconosciuto, è una grande mitzvà. Si dice che l’ospitalità fosse una delle qualità del nostro patriarca Abramo. Beth Shalom può andare fiera del nostro continuo impegno collettivo nel compiere questo atto sacro, e personalmente sono grato di essere associato con persone cosi calorose ed ospitali.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayishlach

Mentre l’Amidah mattutino del Shabbat volge al termine, cantiamo: Sim shalom tova u’verachah - O Dio, dona pace, bontà, benedizioni e favore a noi , a Israele e a tutto il mondo. La preghiera poi continua con ki b’or panechah - letteralmente ‘perché dalla luce del tuo volto divino, o Dio, ci hai donato l’amore per la gentilezza”.

Cosa vuol dire? Ricordiamo che la Torah ci insegna che quando Mosé chiese a Dio : “Ti prego, mostrami la tua gloria,” Dio rispose “Nessuno può vedere il mio volto e vivere.” Quindi cosa vuol dire “la luce del tuo volto divino” ?

La risposta viene data nella porzione di questa settimana, Vayishlach. I fratelli Giacobbe e Esaù non si parlavano da molti anni. Giacobbe aveva rubato a Esaù l’eredità e la benedizione. Di conseguenza, Esaù aveva giurato vendetta e pianificato l’uccisione di suo fratello. Ma quando finalmente i due s’incontrano, si abbracciano. C’é un momento di riconciliazione. Giacobbe invita suo fratello ad accettare dei doni, ma Esaù rifiuta. Giacobbe insiste dicendo “Per nessun altro motivo che il fatto di vedere il tuo volto é come vedere il volto di Dio”.

Quando vediamo o siamo soggetti di gentilezza, compassione o perdono, quando vediamo o aiutiamo una persona malata a guarire, quando vediamo altri agire nel modo secondo il quale riteniamo agirebbe Dio e come Egli vuole che noi agiamo, questo è la massima vicinanza consentita a noi mortali per vedere il volto di Dio.

Anche quando siamo in sintonia nel vedere il volto di Dio nelle buone azioni compiute da altri: questo può essere fonte d’ispirazione per noi per agire nella medesima maniera. L’amore per la gentilezza nasce e cresce nel vedere e nel ricevere atti di amore. E quando noi facciamo gemilut chasadim, atti di amore e gentilezza, allora anche gli altri potranno vedere il volto di Dio nelle nostre azioni.

Vediamo il volto di Dio quando vediamo la reverenza che altri hanno nei confronti dei loro anziani genitori, quando vediamo altri aiutare coloro che sono in lutto a compiere i riti necessari o quando vediamo altri gioire con i propri amici e vicini. E’ possibile vedere il volto di Dio in coloro che fanno cadere una moneta nelle mani di coloro che ne hanno bisogno. Quindi per voi, Dio a chi assomiglia?

O meglio, per dirla in maniera più importante e leggermente diversa, chi, osservando le vostre azioni, crede che sia come vedere il volto di Dio?

Se il vostro approccio alla vita é onorevole, retto, compassionevole e gentile, se osservate i comandamenti etici e morali della nostra tradizione, allora sono relativamente sicuro che c’é qualcuno che quando vi osserva vede in voi il volto di Dio.

Rabbi Abraham Joshua Heschel scrisse: Non possiamo creare un’immagine di Dio ma possiamo essere una sua immagine.”

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Vayatsai

Quando i castelli italiani smisero di essere fortezze e assunsero più il ruolo di case per la nobiltà, la cosa più importante a livello architettonico divenne la scalinata principale: più maestosa era questa più imponente risultava il castello. Inoltre, l’importanza del visitatore era data da quanto il proprietario del castello scendeva la scalinata per incontrarlo. Se il visitatore doveva arrivare fino in cima alle scale per incontrare il nobile proprietario oppure questi scendeva qualche scalino per venire incontro al suo ospite, era subito comprensibile l’importanza del visitatore ed il riguardo nei suoi confronti.

 Nella Parashat Vayetze,  Giacobbe sogna di una sulam mutazav artza,  una scala, che porta dal cielo alla terra. Degli angeli stanno salendo e scendendo la scala. Dal canto suo, Giacobbe viene sempre rappresentato addormentato a terra, ai piedi della scala. Dove si trova Dio in questo suo sogno?

L’ebraico dice: Adonai nitzav alav, che potrebbe essere tradotto come Dio era “sopra”, cioè in cima alla scala, oppure la stessa frase può essere compresa come “al suo fianco”, che lascerebbe intendere che Dio si trovasse vicino a Giacobbe. Quindi in base all’interpretazione, applicando il principio delle scalinate dei castelli italiani alla lettura della Torah, Giacobbe poteva essere il più insignificante dei visitatori portato al cospetto di Dio che era infinitamente lontano da lui, in cima ad una lunga scala. Oppure, Giacobbe era l’ospite più importante che Dio avesse intrattenuto dai tempi di Adamo ed Eva, dato che vediamo Dio scendere sino in fondo alla scala per dargli il benvenuto. Indipendentemente da come la si interpreta, il cielo e la terra sono collegati, ma Dio è, secondo il libro di preghiere di American Reform, “più lontano della stella più distante o più vicino dell’aria che respiriamo”. A quale delle due indicazioni dobbiamo riferirci?

 Io vorrei suggerire di riferirci ad entrambe, aggiungendo che la frase ebraica è brillantemente ambigua.

Provate a considerare la questione in questo modo. Giacobbe ha ingannato suo padre e ottenuto la sua benedizione, rubandola di fatto a suo fratello maggiore Esaù. In precedenza era riuscito ad ottenere l’eredità tramite metodi altrettanto discutibili. Sta ora fuggendo dalla vendetta di suo fratello. Si ferma per la notte in mezzo al nulla, mette una roccia sotto la propria testa e dorme come un bambino. Solo, in un posto infestato da ladri, briganti e bestie feroci, lui comunque dorme tranquillo. Ma quando nel sogno gli si palesa Dio che gli promette un sacco di belle cose, Giacobbe è scosso, spaventato, terrorizzato.

 Come è possibile che Giacobbe sia riuscito a dormire così beatamente prima di questa visione? Credo che fino a quel punto Giacobbe fosse convinto di averla fatta franca. Si era comportato in maniera discutibile sia moralmente che eticamente, ma era riuscito comunque nel suo intento. Aveva tradito suo fratello, ingannato suo padre ed il piano aveva funzionato. Almeno così pareva. Ma ora Dio gli compare in sogno e gli dice, u’shmartechah, che da un lato significa, ti proteggerò. Ma dall’altro significa, ti tengo d’occhio, ti sto osservando e non ti lascerò scappare.

 Dio poi gli dice v’hashevotechah – e ti porterò indietro - che da una parte significa “ti riporterò a questo luogo”. Però hashevotecha è anche la parola ebraica per pentimento, “per farti pentire”.  In altre parole, Dio dice anche “ti assisterò nel tuo sviluppo morale”. “Giacobbe”, Dio dice, “diventerai una persona diversa, una persona migliore. Fosse l’ultima cosa che farai. Fosse l’ultima cosa che farò io”. E ciò spaventa Giacobbe a morte.

 Nell’ebraismo, la nostra comprensione di ciò che è morale ed etico ha radici negli insegnamenti sacri della nostra tradizione. Il Dio in piedi in cima alla scala, il Dio che chiamiamo Adonai, che va oltre la nostra immaginazione, è la fonte del nostro senso di giusto e sbagliato e la base della nostra comprensione morale ed etica. Ma il Dio che al medesimo tempo si trova ai piedi della scala al nostro fianco, dentro di noi, è la fonte della nostra capacità di sperare, di crescere e di diventare migliori di ciò che siamo.

 Non dobbiamo imitare il comportamento morale ed etico di Giacobbe. Dovremmo invece usare questo suo comportamento per farci delle domande e per trarre insegnamento in merito al nostro. Giacobbe non è nella condizione di stabilire ciò che è giusto o sbagliato. Noi dovremmo utilizzare questi esempi ancestrali di un uomo imperfetto non come modello assoluto da emulare, ma come uno specchio con cui valutare come ci stiamo comportando nel corso del nostro cammino etico e spirituale. L’ebreo che segue gli insegnamenti virtuosi dati dalla tradizione sarà maggiormente portato a sviluppare una moralità da vedersi e interpretarsi come una benedizione.

 Nell’ebraismo, l’essere giusti è una possibilità e non una garanzia. Come Dio disse a Giacobbe : “Sono con te, per incoraggiarti, assisterti e per mettere un braccio intorno a te, di consolazione e di perdono quando ne hai bisogno. Ora va’ verso la benedizione”.

Shabbat Toldot

Nella parte di Torah di questa settimana, Toldot, la progenie di Abramo si estende ed entra nella terza generazione con l’arrivo dei gemelli Giacobbe ed Esaù. Ma già prima della loro nascita vi è una premonizione di discordia. I gemelli lottano all’interno del ventre materno. Dio rivela a Rebecca che questo conflitto prenatale continuerà nelle vite dei due bambini e dei loro discendenti. “Due nazioni verranno dal tuo corpo e il maggiore servirà il minore.”

Nonostante la Torah non lo dica in maniera esplicita, sembrerebbe logico presumere che Rebecca non condivida questa rivelazione con Isacco. Questo spiegherebbe perché Isacco, nonostante apprezzi le qualità di cacciatore di Esaù, tende a favorire il suo primogenito Esau, colui che per tradizione erediterebbe benedizione ed eredità. E anche perché Rebecca favorisca Giacobbe, colui designato da Dio a portare avanti il patto iniziato con Abramo. Per citare una frase di un famoso film “Ciò che abbiamo qui é la mancanza di comunicazione.”

E poiché Rebecca mantiene segreta questa rivelazione, la dinamica familiare sarà ancor più danneggiata da situazioni di frode, furto e inganno che culmineranno con l’intenzione di Esau di uccidere il fratello. Le confessioni di Yom Kippur contengono un lungo elenco di trasgressioni causate da parole, parole dure, cattive, maliziose, che ci sono sfuggite di bocca. Ma a volte è sbagliato trattenere le parole, non parlare,  non comunicare i propri pensieri, sentimenti e preoccupazioni che abbiamo nella mente e nel cuore.

Nella vita familiare, alcuni segreti sono sani e necessari, mentre altri limitano la libertà delle generazioni future. Ciò che un bambino non sa può causargli del male. Il romanzo di Kim Edward, “Figlia Del Silenzio”, racconta la storia di un dottore che porta alla luce i due gemelli di sua moglie e manda via la femmina dei due affetta dalla sindrome di Down. Nel corso dei seguenti 25 anni, la famiglia soffre le conseguenze del segreto del dottore che porta alla nascita di altri segreti e occultamenti.

La verità é che le famiglie sono un paradosso. Segreti che vengono gelosamente custoditi vengono rivelati e scoperti quando i bambini imitano certi comportamenti - se non nella loro generazione, in quelle future. Con il proseguio della storia di Giacobbe, le conseguenze del segreto di Rebecca avrà delle conseguenze nelle vite dei suoi figli e nipoti. I segreti di famiglia hanno conseguenze che vanno oltre ciò che coloro che li mantengono possono immaginare.

Il problema di mantenere dei segreti si rispecchia nella vita di tutti I giorni. Quando non si parla di certi problemi per paura di minacce o imbarazzo, questi rimangono immuni alla correzione. Un problema non discusso è un problema senza soluzione. Quando una verità organizzativa è un segreto aperto, anche quelli ben intenzionati-che vogliono il meglio per l’organizzazione – gireranno attorno ai veri temi riguardanti i molteplici sintomi e non alle cause scatenanti il problema.

La verità é che ci sono pochi segreti così pericolosi da non doversi portare alla luce, dove perderebbero la propria oscurità che una volta li circondava. Anche se c’è sempre un rischio nel rivelare ciò che prima era segreto, il famoso detto “Non vi è nulla da temere che la paura stessa” potrebbe essere d’aiuto.

L’autore delle Ecclesiaste disse “Vi é un tempo per ogni cosa sotto il cielo.” Tra le altre cose “Un tempo per restare in silenzio e uno per parlare”. Se Rebecca avesse condiviso la sua rivelazione con Isacco, forse l’inganno ai danni di quest’ultimo da parte di Giacobbe e la lotta fra i due fratelli si sarebbe potuta evitare.

In ogni caso non è un segreto che la comunicazione aperta e onesta è fondamentale in qualsiasi rapporto.

Shabbat Shalom