Parasha December 10 – Vayishlach - Genesis 32:4−36:43

Blog della URJ di questa settimana:

“Tu dunque, Giacobbe, mio servitore, non temere", dice il SIGNORE;
"non ti sgomentare, Israele; poiché, ecco, io ti salverò dal lontano paese,
salverò la tua discendenza dalla terra di schiavitù; Giacobbe ritornerà, potrà riposarsi, sarà tranquillo, e nessuno più lo spaventerà.”
(Geremia 30:10).

I fratelli gemelli Giacobbe ed Esaù vivono una vita di rivalità, di intrighi e di inganni. Giacobbe mente a suo padre Isacco mentre questi era morente, ruba la benedizione di suo fratello e poi fugge nella natura selvaggia. Passano gli anni e viene avvisato che suo fratello è vicino. Giacobbe ha paura. Cerca di placare Esaù facendogli dei regali. Poi, i messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: «Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini»." (Genesi 32:7).  Giacobbe comprese che suo fratello si stava dirigendo verso di lui con un piccolo esercito. E poi: Giacobbe si spaventò molto (vayera) , e si sentì angosciato(vayetzer) , allora divise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge, gli armenti e i cammelli.” (Genesi 32:7-8).

Giacobbe è un uomo timorato. Due volte nel verso precedente viene usata la parola paura in ebraico -- vayera e poi vayetzer. La prima parola usata significa anche “soggezione”. Nell’osservare il mistero dei cieli, il confine tra soggezione e paura è assai labile. Siamo in soggezione dinanzi al vasto sconosciuto che è Dio, e siamo consci di quanto siamo piccoli. Abbiamo paura della nostra vulnerabilità e allo stesso tempo siamo in soggezione dinanzi alla grandezza e alle benedizioni che ci circondano.

La seconda parola usata “vayetzer” nasce dalla radice che significa “stretto”. Quel tipo di paura che attanaglia la nostra essenza. Ci sentiamo stretti, terrorizzati. Alcuni rabbini insegnano che le due parole “vayera” e “vayetzer” indicano i due tipi di paura che albergano nel cuore di Giacobbe; ha paura di essere ucciso dal fratello e ha anche paura di dover uccidere suo fratello quando questi lo attaccherà.

Ma vi è un altro insegnamento proveniente dalla letteratura rabbinica: Giacobbe ha paura perché crede di “non essere degno di una salvezza miracolosa”.

 

Come Giacobbe, le due paure albergano anche nei nostri cuori. A volte sentiamo il paradosso di vayera: soggezione e paura. Il mistero ci ispira, siamo in soggezione davanti alla bellezza che ci circonda. guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate.” (Salmi 8:4). Ma spesso la vastità incute timore in noi, “che cosa è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell'uomo perché te ne curi 
(Salmi 8:5)Ci sentiamo piccoli, incapaci, giudicati. Abbiamo cosi tanta paura verso le ambiguità della vita. Abbiamo paura perché non abbiamo controllo sulle forze del mondo sia piccole che grandi. 

A volte invece proviamo vayetzer. Ci sentiamo costretti. Viviamo una vita con una prospettiva di scarsità.  Ci sarà abbastanza amore, benedizioni, amicizia, successo?  Saremo mai abbastanza? Degni di essere redenti da ciò che ci schiaccia , che non ci permette di vivere la nostra vita migliore. Chi tra di noi non ha paura di essere giudicato? Di essere piccolo? Attraversiamo il mondo stretti, ansiosi e tesi. 

Ma abbiamo una scelta. Nel mondo spirituale, l’opposto della paura è l’amore. Invece di temere la scarsità, possiamo sperare che ci sia abbondanza. La nostra liturgia ci insegna che l’universo contiene amore, speranza e bellezza-ahava rabah,. Quando viviamo con una prospettiva di abbondanza, abbiamo abbastanza, viviamo con gratitudine per le molteplici benedizioni di cui godiamo in vita. Siamo degni. 

Eppure facciamo fatica. Non è facile silenziare le nostre menti e aprire i nostri cuori. Vivere non è facile. Spesso la vita è una lotta contro forze invisibili, contro persone, circostanze, demoni interni e angeli. Nell’oscurità lottiamo tra l’essere degni e l’accettazione, tra amore e paura.

E’ notte presso il fiume Jabbok. L’oscurità è ovunque. Chissà se vi è una lieve brezza, una minima presenza divina prima della battaglia. Forse le stelle illuminano il cielo nero, forse no. Forse la luce della luna illumina l’acqua del fiume, forse no. Tutto tace e Giacobbe ha paura. Dal nulla un vortice lo sconvolge. Chi sei? Chi sei che ci impaurisci e tieni in mano il nostro cuore? Qual è il nome di colui che ci fa così male? Poi di colpo una luce si palesa all’orizzonte. Giacobbe chiede una benedizione che possa liberarlo dalla paura:  "Lasciami andare perché è spuntata l’aurora Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!» E lo straniero, forse un angelo gli rispose :  "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!" (Genesi 32:27-29).

E da quel momento il nostro popolo ha un nome. Non siamo i figli di Abramo, ne siamo i figli di Isacco. Non siamo nemmeno i figli di Giacobbe. Siamo Israele, un popolo che lotta per liberarsi dalle proprie paure, desiderando di vivere in soggezione, liberi in amore e benedizione. 

Come scrissi una volta : 

Vi è timore nel cuore umano. 
Vi è anche speranza.
Le due forze lottano costantemente, come Giacobbe e Dio. 
A volte vince uno, a volte vince l’altro. 
A volte la lotta è silenziosa, a volte è rumorosa. 
Ma è costante –paura, speranza, paura, speranza.
Lampi di luce e ombre che roteano in noi perennemente. 
E’ molto più facile quando c’è amore. 
Quando l’amore domina la tua vita 
diventa il contesto di tutto. 
L’amore è la misura di una vita vissuta appieno,
è il faro della possibilità.
Quando ami, la paura è meno imponente,
spera con più forza.

RABBI KARYN D. KEDAR