Parasha – Vayechi, Genesi 47:28–50:26 - 7 gennaio 2023

Blog della URJ di questa settimana:

D'VAR TORAH BY: RABBI MICHAEL DOLGIN

 Trovo difficile credere che siamo arrivati all’ultima porzione di Genesi! A questo punto le matriarche ed i patriarchi sono come vecchi amici: li abbiamo visti celebrare e portare il lutto, ridere e piangere, abbracciarsi, baciarsi e combattere. Questo libro ci ricorda che facciamo parte della famiglia ebraica e umana e, come altre famiglie, la nostra è complicata e idiosincratica.  La Genesi è un libro di temi ricorrenti e Parashat Vayechi non fa eccezione.

Questa ultima parashah arriva durante un potente momento nazionale e personale.  Il popolo d’Israele sta per diventare proprio questo: un popolo. L’esperienza in Egitto, con tutte le sue peripezie tra schiavitù e redenzione inizia nella parashah di questa settimana. Detto questo, l’aspetto personale della Genesi sembra dominare la sua conclusione e rappresenta la sua forma basica.

Considerate la scena che ha luogo verso la conclusione della parashah. Giuseppe presenta i suoi due figli, Efraim e Manasse, a suo padre Giacobbe/Israele. Giuseppe fa attenzione a posizionare il maggiore dei due, Manasse alla destra di Giacobbe ed Efraim, il più giovane, alla sinistra. Giacobbe poi incrocia le mani, utilizzando la sua destra su Efraim e la sua sinistra su Manasse. Con le mani in questa posizione inconsueta, Giacobbe benedice Giuseppe, che sembra notare la strana posizione solo dopo essere stato benedetto.

Giuseppe poi dice al padre che sta benedicendo i suoi nipoti in maniera errata, essenzialmente cercando di controllare la situazione, ma suo padre sventa i suoi tentativi. Giacobbe conferma che ciò che sta facendo non è un errore e poi benedice i suoi nipoti nel modo in cui il popolo d’Israele benedice i propri figli: che Dio ti renda come loro, come Efraim e Manasse.

Tutto ciò è familiare: il patriarca che non ci vede più chiaramente; la presentazione di due figli allo stesso tempo; la generazione precedente che benedice la generazione attuale in modo non convenzionale; il rifiuto di dire qualcosa subito, scegliendo invece di tenere a mente la situazione; il genitore che cerca di controllare la benedizione famigliare mentre la sua fonte non è disposta ad essere guidata; l’apparente confusione di identità o di primogenitura.

Abbiamo già visto tutte queste tematiche in passato, tranne una: Giacobbe dice ad alta voce che sta incrociando le mani di proposito. Il ciclo di un conflitto inconscio viene spezzato con poche parole. Solo allora Giacobbe dice che questo è come benediremo la nostra discendenza. Forse ciò significa che dobbiamo essere aperti e premurosi per ciò che riguarda le benedizioni che offriamo, dobbiamo capire che non possiamo sempre controllare le situazioni in cui ci troviamo. Detto questo, nonostante tutto ciò dobbiamo avere il coraggio di andare avanti e offrire una benedizione.

Può darsi che la benedizione offerta al nostro popolo sia legata all’introduzione di questa scena data da Giacobbe. Nel verso 11, Giacobbe appare pensare che non avrebbe più visto il volto di Giuseppe, mentre qui ha l’opportunità di vedere i figli del suo figlio prediletto.  Forse questa è la vera benedizione quando usiamo queste parole. Nel ricordare l’intero libro della Genesi, con le sue complessità ed i suoi enigma, il testo ci ricorda che dobbiamo sempre essere speranzosi.

Dobbiamo sperare che coloro che abbiamo perso non siano completamente scomparsi; che la famiglia ci può sorprendere in maniera positiva.

Dobbiamo sperare a benedizioni disponibili anche quando siamo sicuri che la porta della santità e della bontà è ormai chiusa.

Dobbiamo sperare che riusciremo a vedere le generazioni che ci succederanno, che siano biologiche o meno, e che queste agiscano secondo gli ideali ed i valori che ci stanno a cuore.

Dobbiamo sperare che anche quando noi e coloro che amiamo sbagliano, ne possano scaturire ancora delle possibilità dolci o agrodolci.

 

Ogni anno trovo difficile dire addio a questi vecchi amici, le nostre matriarche ed i nostri patriarchi.  Ciò nonostante, vi è un tema ricorrente: ogni anno i membri della mia famiglia distante mi sorprendono. Le loro storie mi impartiscono nuove lezioni e offrono notevoli intuizioni. Sono grato a  Rabbi Rick Jacobs e la  Union for Reform Judaism per avermi invitato a condividere i miei pensieri con voi su questo libro profondo. Dopo aver osservato i suoi sacri testi più attentamente e dalle vostre risposte, cari lettori, ho imparato molto.

Che questo libro vi possa ispirare a continuare ad imparare e ad osservare più attentamente le sacre parole che pensavamo di aver compreso. Chazak, chazak, v’nitchazek, che possiamo crescere più forti e ottenere forza dalla nostra Torah e da ciascuno di noi.