reform judaism

Shabbat Ki Teitzei 13 Settembre, 2019

Nella lettura della Torà di questa settimana ci viene presentato un lungo elenco di leggi e statuti – più mitzvot che in qualsiasi altra porzione del pentateuco. Alcuni comandamenti sono eticamente giusti. Alcuni sono curiosi e altri potrebbero sembrare addirittura barbarici. Cosa dovremmo pensare di passaggi che comandano la lapidazione di bambini pestiferi e di flagranti adulteri? Ordini che, secondo la Torà, sono necessari per estirpare il male dal mondo.

Secondo la tradizione ebraica, il pentateuco in forma integrale fu dato a Mosè sul monte Sinai - in parte in forma scritta (I dieci comandamenti), il resto oralmente e poi trascritto da Mosè stesso – con anche la parte finale del Deutoronomio che descrive ciò che succede dopo la morte di Mosè . L’autorevolezza del testo poggia sulla sua fonte divina e sulla fiducia che abbiamo di avere la versione uguale a come era stata originalmente creata dall’alto. In breve, questo è un punto di vista ortodosso della Torà.

Al seguito della comparsa dei rabbini - diversi secoli dopo gli eventi sul Sinai – vi fu un intera serie di commenti attorno al sacro testo. I saggi non potevano riscrivere la Torà, ma la potevano interpretare. Quindi, quando con preoccupazione si trovarono di fronte a un testo apparentemente barbarico (come lo considero io, ma loro non si furono mai espressi in questo modo), decisero di rendere praticamente impossibile la messa in atto di questa ingiunzione, tramite una serie di pre-codinzioni. Oppure insisterono che il testo non poteva voler dire ciò che sembrava significasse. La loro sfida era liberare il testo dai suoi vincoli temporali e di luogo in cui era stato donato e riuscire a tener fede al suo spirito sacro e autorevole allo stesso tempo.

L’ebraismo liberale ha una diversa serie di sfide per ciò che concerne la lettura e comprensione della Torà. Possiamo abbracciare il concetto che la Torà sia un documento storico scritto durante un certo periodo e conseguentemente riflette il linguaggio di allora e non necessariamente il nostro. Possiamo abbracciare le interpretazioni più recenti che a fatica cercano di dare un senso ai testi ereditati da un loro lontano passato. Possiamo limitarci a leggere quei passaggi meno illuminati o considerarli come frutto di un periodo storico primitivo. Ma se seguiamo questo processo, come possiamo continuare a considerare questo testo sacro e autorevole, decidendo di ignorare certi versi?

Credo che si possa dire che decidiamo di adottare un metodo completamente diverso di interpretazione. Decidiamo di non partire con l’assunto di sacralità del testo per intero, invece cerchiamo questa sacralità all’interno del testo nella sua interezza. Per gli ebrei liberali, la nostra Torà non è esattamente un’opera consegnataci da Dio ma più una cronaca della nostra ricerca per raggiungere Dio. Conseguentemente, attribuiamo significati di sacralità e autorevolezza a quei passaggi che per noi sembrano avere raggiunto quei livelli etico/morali che consideriamo divini. Sicuramente si tratta di un approccio non ortodosso ma non vuol dire che sia meno devoto, pio o rispettoso.

Possiamo metterla così. Affronterei un edificio in fiamme per salvare una pergamena di Torà? Mi piace pensare che lo farei.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman

Shabbat Shoftim 6 Settembre, 2019

Rabbi Whiman’s Blog

Con questo Shabbat ci troviamo a metà del Deuteronomio. Parashat Shoftim inizia con l’ordine di scegliere giudici e magistrati per il nuovo territorio di appartenenza e continua con uno dei grandi passaggio dalla Torà: Giustizia, giustizia sarà ciò che perseguirete.

Tzedek, tzedek tirdof - Il fatto che la parola “giustizia” venga ripetuta due volte indica l’importanza che la Torà dà a questo concetto, mentre la scelta del verbo “perseguire” illustra quanto sia difficile mettere questo principio teorico in pratica.

La giustizia è complicata perché l’opposto della giustizia non è necessariamente ingiustizia- l’opposto valutativo in molti casi è il grado della pietà. Per far si che i giudici giudichino in maniera giusta devono bilanciare i gradi di entrambe.

I rabbini ci spiegano che i nomi principali di Dio-Adonai ed Elohim- indicano in alcuni casi che egli regna dal trono della pietà ed in altri dal trono della giustizia. Col giungere di Rosh Hashanah, e con esso dell’attesa del mondo per ciò che riguarda il giudizio di Dio, imploriamo il creatore di riconoscere entrambi i lati quando viene espresso il verdetto divino.

Vi é anche un Midrash che ci racconta che il nostro mondo non fu il primo. Il primo mondo creato da Dio si basava interamente sul concetto di giustizia. A tutti veniva dato ciò che meritavano. La vita era puramente giusta. Ma questo mondo si sfaldò rapidamente e la creazione risultò insostenibile. Quindi Dio ci provò di nuovo con un esercizio esclusivo di pietà. In questo caso, nessuno risultava colpevole. La gente veniva semplicemente compresa e perdonata per i propri misfatti: anche quest’ultimo risultò insostenibile. Conseguentemente Dio combinò i gradi di giustizia e pietà, ed il mondo che ne risultò, il nostro, è risultato essere sostenibile per gli ultimi 5780 anni.

Con l’avvicinarsi dell’anno nuovo e con la nostra conseguente preparazione del nostro annuale cheshbon hanefesh – la tradizionale valutazione dei nostri giorni e di ciò che abbiamo fatto nel corso dell’anno- ci viene chiesto di giudicare come abbiamo gestito il dono della vita a noi dato. Per poterci valutare in maniera giusta anche noi dobbiamo tenere conto di verità, responsabilità, colpe, comprensione, pietà e perdono. Questo perché nessuno può rimanere esposto solo alla crudele luce della giustizia. In modo che qualsiasi vita umana possa essere sostenibile, la giustizia e la pietà devono andare di pari passo.

Durante questa stagione ci sediamo a fianco di Dio nel giudicare il nostro vissuto. Dopo aver pronunciato un verdetto giusto e onesto, Dio ci incoraggia ad andare avanti. A fare meglio. A correggere i misfatti del cuore. A fare di questo mondo una benedizione.

Shabbat Shalom

Rabbi Whiman